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Da Quentin Tarantino al Formaggino Grünland, passando per
Goldrake e Lévi-Strauss. Questo, tanto per dire, era il Forum Cinema di
Kataweb. Una manica di cazzari di talento che prendevano molto seriamente il
gioco della critica cinematografica; oppure, viceversa, in modo giocoso
qualcosa di serissimo (non l‘ho mai capito).
Non sono un ammiratore sfrenato di Tarantino e non ho amato Pulp Fiction, sebbene possa essere considerato il titolo per eccellenza della mia generazione. E del resto, se si eccettua l'ottimo Jackie Brown, credo che anche per Kill Bill, come in altri film del regista, sia inutile cercarvi un significato che vada oltre l'apparenza del dato presentato, dell'immagine messa in scena, della storia - più o meno scandagliata - attraverso la psicologia - più o meno abbozzata - dei personaggi. Tarantino gioca. Gioca con il caos di questi anni in cui la verità si frappone alla menzogna (Matrix), l'estetica anziché informare sul contenuto dell'etica diventa l'etica stessa, il bene e il male (cereali killer assassini?), il giusto e l'ingiusto. E gioca al cinema, rendendo tutto questo palese combinando i linguaggi (il cinema tradizionale con quello d'animazione), mostrando interni domestici visibilmente finti in cui con inquadrature dall'alto si vedono i personaggi transitare dal soggiorno alla cucina, come in un plastico del quale non c'è bambino che non abbia memoria e non abbia avuto voglia di possedere. Tarantino gioca con il sangue (troppo), con la furia hong-konghese di Bruce Lee che pesta Chuck Norris a colpi di Kung Fu al Colosseo di Roma (L'urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente) oppure - come mi suggerivano tempo fa dalla regia - citando Hannibal the Cannibal nell'asportazione della calotta cranica di O-Ren. Gioca con il mito delle discipline orientali che agli occhi dell'occidente vengono restituiti, come da sempre avviene, in una forma spettacolarizzata, evirata di tutto quel che c'è nel substrato culturale delle arti marziali (la conoscenza di sé, il dialogo costante con la morte di ogni guerriero, il codice da rispettare). E infatti tutto è esagerato, gonfiato, dilatato. L'azione guerriera di Black Mamba si esaurisce in una susseguenza di salti impossibili, tecniche di respirazione improbabili, manipolazione elegante ma implausibile della katana. Tarantino gioca con il gusto del melo tipico delle cinematografie orientali che ravanano nel lacrimoso da cui si genera l'odio e il senso di vendetta (Goldrake che difende la terra contro le forze di Vega, distruttrici del suo pianeta d'origine. Stessa pasta). E dunque ecco cos'è Kill Bill (o almeno come l'ho interpretato): un gioco, un gioco ben condotto (ottimo tecnicamente) in cui come in un'opera di pop art statica si uniscono temi e motivi di una cultura (l'occidentale) che ormai ha collettivizzato ogni topos e trita tutto nel proprio rutilante codice sempre più in crisi di valori e di riferimenti (tra cui Sergio Leone, cantore di un'epopea western di plastica, cfr. Sam Peckinpah) ma poi neanche tanto ma forse anche troppo. E poi chissenefrega? È così. Un Regista non è un predicatore né un futurologo. Tarantino gioca con il suo/nostro Tempo, lo esaspera, lo illustra, lo distorce e ce lo mostra. Visionario, rutilante, smaccatamente falso così come lo abbiamo costruito e come lo rendiamo vero giorno per giorno tradendo magari le intenzioni post secondo conflitto bellico di inventare una nuova morale, abortita in Vietnam ieri ed in Iraq oggi come la gravidanza di Black Mamba. Insomma, uno scherzo quello di Tarantino. Ma come diceva Sordi ne Il Marchese del Grillo: "Quando se scherza bisogna esse' seri". E Tarantino scherza facendo seriamente del cinema.
A me diverte paragonare Tarantino ai formaggini della nostra infanzia. Chi può dire di non averne mai assaggiato uno? Io lo spalmavo sul pane, e, confesso, ogni tanto lo faccio ancora. Basta non domandarsi troppo cosa c'è dentro (di sicuro non più i polifosfati, almeno) e regredire allegramente alla verde età senza pensare a cosa si sta mangiando. Tarantino è come uno di quei formaggini. Si può dirne legittimamente tutto e il contrario di tutto: non si sbaglia mai. I detrattori saranno sempre in numero uguale agli estimatori e ciascuno porterà elementi a proprio favore. Come per il Postmoderno. Alla fin fine, però, per non sbagliare io preferisco sempre un buon formaggio: magari la Fontina della Valle d'Aosta (mia sorella la pusher) oppure il Pont l'Évêque della Normandia (per fare l'esterofilo). A parte la metafora aterogenica, vorrei vedere Quentin Formaggino... pardon, Tarantino alle prese con qualcosa di più impegnativo che qualche sbudellamento. La qualità dell'Autore è indiscutibile. Sarebbe tempo che smettesse di sprecarla per farne dei formaggini.
Tsk! Tsk! Che dilettante che sei, Amico mio! Il formaggino non andava spalmato sul pane. Si faceva un forellino al vertice del triangolo (da evitare i Grünland che erano rotondi) e poi si spremeva facendo fuoriuscire il contenuto come dentifricio. L'abilità consisteva nell'evitare lo scapaccione che arrivava puntuale dal solito adulto educato e di buonsenso che si trovava nei paraggi. I più abili lo mangiavano così a tavola, spacciandolo come l'unico metodo possibile per evitare dolori di pancia, diversamente si sarebbe dato corso per rappresaglia allo sciopero della fame. Comunque coraggio, puoi recuperare. In fondo 'It's never too late'.
Riguardo alle modalità d’assunzione del formaggino coesistono diverse scuole di pensiero. Per lungo tempo, ho aderito a quella di stampo bulimico-materialista, secondo la quale il formaggino si deve suggere direttamente dalla carta d'alluminio. L’ho abbandonata quando sono stato reso edotto delle possibili complicanze tossiche e del rischio di ingurgitare l’etichetta - oltre che di contravvenirla. Ho quindi rimodellato il mio comportamento, rendendolo socialmente più accettabile. Ho cominciato a spalmare il formaggino sul pane seguendo il rituale che si rifà all’antropologia strutturale di Lévi-Strauss. In ogni caso, tutte le correnti filosofiche si sono sempre opposte alla tecnica di sciogliere il formaggino nella minestra – come molte madri suggestionate dalla pubblicità ingannevole solevano fare. Viene infatti a prodursi un liquame immondo (dalle mie parti detto pàuta) d’aspetto analogo a ciò che doveva essere il brodo primordiale e di sapore non dissimile da quello dell’acqua saponata.
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Ogni giorno così. Risalgo Park Line a piedi passando per Hyde Corner,
la seggiola a tracolla, incurante del tempo e degli impegni. Costeggio i
giardini e i parchi gioco, lasciando sulla sinistra la traversa di Serpentine
Road. Se la temperatura è mite mi fermo ad un chiosco per un tè, altrimenti
proseguo di buon passo verso Marble Arch. Lessi da qualche parte che in questo
luogo detto Tyburn si tenevano le pubbliche esecuzioni - una specie di Rondò
della Forca -, quindi fu sede di grandi manifestazioni popolari nel XIX
secolo. Ora lo chiamano Speakers’ Corner, il palcoscenico ideale per oratori
improvvisati come me.
È qui che vengo idealmente da sette anni, qui che mi levo in piedi sulla seggiola e do voce ai miei risvolti. Certo, sono passati quei tempi in cui si radunava una folla anonima sorprendentemente vasta, dovevo tuttavia immaginare che non si può restare troppo a lungo ospiti di Kensington Palace. Poco importa però se adesso i frequentatori oltrepassano distratti o visibilmente indaffarati. Contano i visi diventati riconoscibili e i sorrisi che si aprono ormai familiari, un po’ complici e un po’ indulgenti. Salendo e scendendo da questa seggiola ho capito che la vita non è fatta soltanto di parole ma soprattutto di sguardi, di vicinanze, di emozioni. Cioè di qualcosa che non so dire a voi e quasi neppure a me stesso. Qualcosa di segreto da cui giunge un’impressione piacevole di calore, un profumo di casa, di pane imburrato, di viole e molto altro ancora.
Pim
Scritto alle 09:00 nella Attualità, Caro Diario..., Costume, Internet e media | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
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Il Web è qualcosa di diverso rispetto al mondo reale? O piuttosto sono le idee che abbiamo sull’argomento a essere virtuali, a nascere da un preconcetto? E quindi non esistono dualismi manichei tra vero e falso, detto e cosiddetto, volto e maschera, parola e carne?
Siamo una polifonia di identità pseudonime che si richiamano ticchettando sulla tastiera, un insieme di voci silenziose che s’incontrano tra nodi e snodi telematici, dietro uno schermo fluorescente a renderci invisibili. Affrontiamo percorsi incerti e senza verifiche attraverso un groviglio indipanabile di cavi, tra comprensibile ricerca dell’anonimato e irresistibili impulsi autobiografici.
Quale scopo per tutto questo sboccare di parole? Cercare il calore di un contatto materiale tramite qualche incauto messaggio in bottiglia, destinato a impigliarsi nella Rete? Sconfiggere una volta per tutte la paura inconfessabile di rimanere soli con i nostri fantasmi? O forse provare a correggere la propria vita semplicemente riscrivendola daccapo?
(Per il sesto compleanno di Scrivere i risvolti. Fotografia scattata al British Museum il 12 marzo 2010)
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<< Hai bisogno del computer? >>, domanda Giulia, << voglio dare uno sguardo alla posta >>. << Per ora no >>, rispondo da un’altra stanza. La sento armeggiare con mouse e tastiera, poi borbottare qualche parola che non afferro. << Problemi? >>. Entro nello studio e noto un’espressione perplessa. Sullo schermo la mia faccetta di bimbo occhieggia dalla home page di Scrivere i risvolti. << Cos’è questo? >>. Oddio… << Beh… sì, ho un blog… >>. Sono perduto.
Mi sveglio di soprassalto. Era solo un sogno, nient'altro che un sogno.
Estraggo dal petto un lungo sospiro di sollievo.
Il segreto meglio custodito al mondo resta inviolato.
(#4 Dream, 28 settembre 2011)
Scritto alle 08:30 nella Caro Diario..., Internet e media, Psicologia | Permalink | Commenti (13) | TrackBack (0)
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Caro Calvino, non ho voglia di tornare sul risvolto per l’Ottieri. Questi risvolti mi costano altrettanta fatica che se li scrivessi per “Civiltà Cattolica”. Elimina tu l’accenno ai conformismi attuali. Cioè fai punto dove si parla del conformismo di prima e della successiva liberazione da esso. (Non ho copia del testo.) Puoi eliminare anche la frase sulla pseudo-coscienza se proprio ci tenete. Purché poi il discorso fili lo stesso. E quanto al discorso sui trent’anni dei giovani – sarà vero che noi li invitiamo a riscrivere i loro libri – ma perché accade che i loro libri non siano mai pubblicabili come ce li presentano a tutta prima? Non sarebbe stato un fallimento pubblicare Fenoglio col romanzo che voleva lui? Non sarebbe stato un guaio pubblicare lo Stern com’era? Non sarebbe stato un pasticcio il Montella prima versione? Avete voluto che mettessi le iniziali a questi risvolti. Perché, se poi non mi lasciate libero di “commettere i miei errori”? Discutiamo, correggiamo, ma togliamo le ridicole iniziali allora. Comunque vi abbraccio tutti. Elio.
(Elio Vittorini, da una lettera a Italo Calvino, Milano 23 gennaio 1954)
I risvolti, o risguardi, sono quella parte della copertina che, ripiegata all’interno, contiene la presentazione del libro e brevi note sull’autore. Quelli della collana I Gettoni dell’Einaudi inaugurarono un modo nuovo, incisivo e meno anonimo, di proporre gli scrittori. Oltre a essere più prosaicamente la piega dei pantaloni o di una giacca, i risvolti costituiscono anche gli aspetti secondari o non evidenti di una questione, di un evento. Ecco dunque spiegato il senso del titolo di questo blog che oggi compie cinque anni.
Il progetto prese corpo alla fine di dicembre del 2005, sul treno che da Firenze mi riportava a Torino, al termine di una giornata dolcissima e memorabile. Mentre sul finestrino scorreva la pianura padana innevata, mi domandai: perché non un blog? Sempre meglio che imbrattare i muri della città, no? Lo spazio messo a disposizione da La Stampa concedeva quel tanto di visibilità necessaria (se non soffrissi di una forma, peraltro innocua, di narcisismo avrei continuato a tenere i miei scritti chiusi in un cassetto), e dunque blog fu.
Da allora sono trascorsi, per l’appunto, cinque anni. Che poi sono cinque anni di vita, tutti compresi in queste pagine direi neanche troppo virtuali. Un periodo piuttosto lungo per una pubblicazione su web, soggetta a fisiologici sbalzi d’umore, voglia, creatività, e talvolta pure a spiacevoli cambi di programma (bye bye La Stampa). Ciò può significare un paio di cose: ad esempio che il solipsismo non è in via di guarigione (scrivo perché non posso permettermi una psicoterapia), oppure sono riuscito a conseguire un riscontro cui, ora come ora, non saprei facilmente rinunciare.
Rivolgo quindi un ringraziamento sincero a tutti voi che passate più o meno assiduamente per i paraggi: senza dubbio potreste occupare il vostro tempo in maniera migliore, eppure trovate un momento nella giornata anche per i risvolti di Pim. E questa è, per me, la soddisfazione più bella.
Un abbraccio collettivo.
P.
Scritto alle 07:45 nella Attualità, Caro Diario..., Internet e media, Libri e poesia | Permalink | Commenti (15) | TrackBack (0)
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Ho bisogno di tempo per dare un ordine, una forma accettabile ai miei pensieri. Può succedere di avere degli impegni tali da costringermi a rimandare, ma è solo un alibi che squaderno senza crederci neppure tanto. La verità è che i miei neuroni sono corredati di un limitatore di velocità per gli impulsi nervosi.
Invidio forte le persone che riescono d’amblais a metter giù su carta qualunque riflessione li attraversi. Simenon componeva un libro la settimana, a mia madre occorrono cinque minuti per stendere la lista della spesa. Io mi prendo dei tempi biblici che Mosè con le tavole della legge era uno stenodattilografo a confronto. Sembro un elefante in sala parto, per sgravarmi occorrono borborigmi e lambiccamenti. Mi sono diagnosticato una sindrome ossessiva (cosa diceva Silvio Orlando in Il Portaborse a proposito di Manzoni?): sciacquo e risciacquo i panni nel Po come una lavandaia che, naturalmente, a treuva mai la buna pera.
Per giunta, patisco blocchi incredibili. Sono assolutamente negato per quei messaggi d’auguri che ci si manda a natale o in occasione di un compleanno. Non so mai cosa scrivere. Vorrei evitare le frasi fatte, fritte e rifritte, i luoghi comuni, le espressioni già frequentate, ma non mi viene in mente mai nulla di divertente. Anzi, non mi viene in mente proprio nulla. Tabula rasa. E ogni volta vengo accusato di non curarmi del prossimo…
Non è così. Semplicemente non sono bravo ad improvvisare le bon mot che vorrei, che spesso arriva a busta ormai sigillata. Esprit d’escalier, lo chiamano i francesi: la battuta efficace arriva in ritardo, quando ci si ritrova già per le scale. E adesso che questo spazio riservato ai blog sta per chiudere (<< È La Stampa, bellezza, e tu non ci puoi fare niente >>), mi mancano le parole giuste. È strano salutarci e andare via così, pur sapendo che la ragnatela del web possiede mille filamenti e ci si può ritrovare ovunque. Sarà così, ed è confortante saperlo.
Ora passo il post al correttore automatico, e sto a vedere quanti vocaboli giusti converte in errori. Questa è la parte che mi diverte e mi fa disperare di più.
Eh eh. Lo dicevo io…
Scritto alle 08:30 nella Attualità, Caro Diario..., Internet e media | Permalink | Commenti (18) | TrackBack (0)
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Spie e informatori sono sempre ricorsi a fonti pubbliche per comunicare le proprie rivelazioni inedite. Ne parlava anche Umberto Eco, durante un’intervista concessa a Che tempo che fa: << È la logica dei servizi segreti di ogni epoca, che credono soltanto se gli dai come materiale prezioso cose già pubblicate. Ogni servizio di dossieraggio fatto per le polizie segrete consiste nell’usare ritagli di stampa >>. Sembra un paradosso, eppure, se riflettiamo, una ragione c’è: l’unica verità che siamo disposti ad accogliere è quella che in qualche modo già conosciamo.
Sulla falsariga stanno i file di WikiLeaks: i quali non citano ritagli di stampa bensì fonti diplomatiche, ma anch’essi riferiscono in larga parte cose prevedibili, che tutti già sapevamo – che credevamo di sapere o perlomeno immaginavamo.
Prendiamo ad esempio le indiscrezioni su Berlusconi. Che sia un puttaniere, faccia affari con Putin e Gheddafi, sia frequentatore assiduo di wild parties e la sua salute a complete mess… Magari non tutti, ma moltissimi sono disposti a crederci (in effetti ci credono), perché queste informazioni aderiscono a un modello di realtà che già hanno in mente. E quelli che ribattono che sono tutte bufale (a cominciare dallo stesso premier) ne hanno in mente uno opposto: per convenienza oppure perché sono davvero convinti, ma si tratta pur sempre di un modello di riferimento. Se WikiLeaks avesse diffuso notizie su un Berlusconi che ha fatto voto di castità, indossa il cilicio come Paolo VI e appronta banchetti per i poveri, quanti le avrebbero stimate vere? Pochissimi probabilmente. Persino i suoi sostenitori più fedeli e accaniti avrebbero avuto qualche attimo di (giustificata) perplessità. Assange sarebbe stato universalmente dichiarato ballista emerito e i suoi file considerati spam da cestinare.
Invece no. I file di WikiLeaks possiedono una coerenza interna, una loro logica narrativa. Corrispondono a uno stato di fatti giudicato, se non vero, almeno attendibile.
Dove sta allora la rivelazione? Proprio nella conferma di un modello di realtà corrispondente alle nostre aspettative. La rivelazione non deve rivelare nulla, bensì dire ciò che tutti già dicono, cioè agire come verifica positiva dei nostri schemi mentali, dell’idea del mondo che abbiamo sedimentato. La rivelazione è insomma un archetipo perfetto: non capovolge né sconvolge alcunché, invece conferma e rassicura. Ne deriva allora che l'unica realtà esistente è quella che percepiamo soggettivamente: il risultato di un processo di costruzione di categorie alle quali attribuiamo significato e dunque siamo disposti a credere.
Esiste allora una realtà oggettiva, oppure l'universo è un luogo oscuro e silenzioso privo di un senso intrinseco? Qui si aprirebbe un discorso lunghissimo, ma si è fatto tardi e la vita quotidiana - che esista davvero o non sia solo una proiezione - mi aspetta qua fuori.
Scritto alle 21:10 nella Attualità, Internet e media, Psicologia | Permalink | Commenti (9) | TrackBack (0)
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Wikio non è WikiLeaks e la classifica dei blog non cela, per fortuna, retroscena scandalistici. Potrebbe essere tuttavia l'ultima, data la chiusura di questo spazio virtuale che La Stampa ci ha concesso per cinque anni: un luogo-nonluogo in cui ci siamo dati convegno quotidianamente, una sorta di Rick's Bar tra l’aereo che ci ha condotto qui e il prossimo che ci porterà via. Play it again, Sam...
Scritto alle 10:00 nella Caro Diario..., Internet e media | Permalink | Commenti (7) | TrackBack (0)
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“Nei giorni in cui sulle pagine dei giornali di gossip si racconta di uomini contesi tra lei e Nina Senicar, Aida Yespica si concede un po' di relax sotto il sole di Miami”. (LaStampa.it, 19 novembre 2010)
Un po’ di relax da cosa?
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Nietzsche sosteneva che un buon maestro deve mettere in guardia gli allievi da se stesso. Esiste infatti un lato oscuro dentro ognuno. In noi alberga la contraddizione, nel nostro inconscio convivono opinioni contrapposte, punti di vista differenti. Abbiamo un mondo interno che ci è del tutto ignoto ma continuamente attivo: quel che crediamo, vogliamo, desideriamo, facciamo, sta fuori dalla nostra consapevolezza. Ecco perché è così difficile conoscersi.
Forse anche un blogger dovrebbe avvisare i lettori di dubitare sempre su ciò che scrive. Pensieri, parole, opere e omissioni. La nostra coscienza non solo è limitata ma pure imbrogliona - il che è anche peggio. Perciò diffidate da tutto ciò che ho detto fino qua. Sono un gran bugiardo. E se lo dico io, che sono un gran bugiardo, allora è vero.
… O no?
Scritto alle 08:15 nella Filosofia, Internet e media, Psicologia | Permalink | Commenti (15) | TrackBack (0)
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Si possono inceppare i processi comunicativi, imbrigliando l’informazione quotidiana. Asciugare le penne biro ai giornalisti, bloccare le rotative, scollegare i pc dei blogger. Si può avvelenare la fonte delle notizie, stendere sui fatti un marshmallow appiccicoso e dolciastro, oppure metterci sopra una cappa pesante di fango. Si possono utilizzare i media come agenzia di controllo sociale, renderli luogo di deformazione dell’opinione pubblica. Ma non si può impedire al libero pensiero di ricostruire la propria immagine del mondo. Non si può impedire al libero pensiero di manifestarsi, di diffondersi, trovando da sé la propria strada. Non gli si può impedire di farsi strumento di critica democratica al potere: di contraddire, denunciare, divulgare.
Il libero pensiero sfugge a rituali e mezzi di propaganda, ai tentativi di egemonia, al consenso forzato: ha un percorso sottostante, fluisce sotterraneo a irrigare e fertilizzare i campi della società civile, a farla fruttificare. Nessun provvedimento autoritario potrà mai saltarlo a piè pari, limitarne la portata, reprimerne gli effetti sulle coscienze e le istituzioni.
Legge bavaglio?
Imbavagliare il libero pensiero è come arginare la marea montante.
Scritto alle 07:50 nella Attualità, Internet e media, Politica | Permalink | Commenti (7) | TrackBack (0)
Tag Technorati: Ddl intercettazioni, Giornata del silenzio, Legge bavaglio, Sciopero del 9 luglio
“Sappiamo tutti che noi essere umani siamo composti da un numero enorme di cellule (circa venticinquemila miliardi) e che quindi tutto ciò che facciamo potrebbe essere descritto, in linea di principio, in termini di cellule. O potrebbe addirittura essere descritto a livello molecolare. Per lo più accettiamo tutto ciò in modo alquanto pragmatico: andiamo dal dottore, il quale ci esamina a livelli più bassi di quelli ai quali noi stessi ci consideriamo; leggiamo articoli sul DNA e sull’"ingegneria genetica" e intanto sorseggiamo il caffè. A quanto pare, abbiamo conciliato questi due quadri incredibilmente diversi di noi stessi semplicemente sconnettendoli l’uno dall’altro. Praticamente non c’è modo di collegare una descrizione microscopica di noi stessi in "comparti" affatto separati della nostra mente. È raro che ci capiti di dover passare dall’una all’altra di queste due concezioni di noi stessi chiedendoci: "Come fanno queste due cose completamente diverse ad essere lo stesso me?"
Oppure: consideriamo una sequenza di immagini televisive che mostrano Shirley MacLaine che ride. Quando guardiamo questa sequenza sappiamo che in realtà non stiamo guardando una donna, bensì sciami di puntini che guizzano su una superficie piatta. Lo sappiamo, ma nulla è più lontano dalla nostra mente. Di ciò che si trova sullo schermo possediamo queste due rappresentazioni violentemente contrastanti, ma non ne siamo imbarazzati: possiamo semplicemente escluderne una e concentrarci sull’altra, ed è ciò che facciamo tutti. Quale delle due è più "reale"? La risposta varierà, a seconda che siate un uomo, un cane, un calcolatore o un televisore”.
(Da Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante, di Douglas R. Hofstadter. Cit. da Progetto Polymath - alle origini del computer)
Scritto alle 11:45 nella Informatica, Internet e media, Scienza | Permalink | Commenti (3) | TrackBack (0)
Ricevo e pubblico in anteprima la classifica Wikio dei blog de La Stampa. Quando l'ho letta, ho pensato che si trattasse di un pesce d'aprile...
Classifica curata da Wikio
Grazie a tutti voi che, per un motivo o per un altro, passate di qua e trovate il tempo di leggermi. Buona Pasqua.
Pim
Scritto alle 11:33 nella Attualità, Caro Diario..., Internet e media | Permalink | Commenti (11) | TrackBack (0)
Scritto alle 14:07 nella Internet e media | Permalink | Commenti (6) | TrackBack (0)
Scritto alle 11:00 nella Caro Diario..., Costume, Internet e media | Permalink | Commenti (13) | TrackBack (0)
Tempo fa, lessi un'intervista piuttosto interessante a un giovane intellettuale franco-tunisino dal nome quasi impronunciabile: Mehdi Belhaj Kacem. Mehdi è autore del saggio Pop Philosophie, dedicato ai simboli chiave della nostra epoca, e di un pamphlet sulle sommosse nelle banlieues, La psychose française. Le sue dichiarazioni sul mondo di internet e sulle relazioni che nascono on-line sono semplici e in qualche modo definitive. Le ho annotate: “Il virtuale è reale. È il nuovo strumento delle giovani generazioni: un puro mezzo tecnico. La difficoltà risiede nell'individuare il vero incontro nell'oceano di scambi attuali. Ci vuole pazienza. E io so essere paziente”.
Scritto alle 10:41 nella Costume, Internet e media, Libri e poesia | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
Scritto alle 08:56 nella Attualità, Costume, Internet e media | Permalink | Commenti (11) | TrackBack (0)
La giovane blogger Della Frye (Rachel McAdams) si rivolge al reporter del Washington Globe Cal McAffrey (Russell Crowe) circa uno scandalo sessuale che coinvolge un membro del Congresso americano amico del giornalista.
"Io sono Della, Della Frye. Scrivo il Capitol Hill Blog...".
"Certo...".
"... la parte online".
"A-ha...".
"Sono una tua grande fan. Allora, sto scrivendo un pezzo sulle relazioni personali nella sfera politica, Donne single nei corridoi del potere, cose così, e come probabilmente sai c'è stato un incidente stamattina a Capitol Hill: l'inchiesta...".
"C'è una domanda all'orizzonte?".
"Si. Hai parlato con lui oggi?".
"Vuoi farmi entrare nel tuo articolo?".
"No, vorrei inquadrare un po’ il contesto".
"Contesto? Cioè... chiacchiere?".
"Beh, secondo te aveva una storia con quella ragazza?".
"Oddio, Della...".
"Si?".
"Non saprei... devo leggere un paio di blog prima di potermi fare un'opinione...".
(Da State of Play, di Kevin McDonald)
Scritto alle 09:10 nella Cinema, Costume, Internet e media | Permalink | Commenti (11) | TrackBack (0)
Scritto alle 09:00 nella Arte, Blu Agorà Caffè, Internet e media, Viaggi | Permalink | Commenti (5)
Da non credersi. Ieri mattina apro la casella di posta elettronica e, tra le altre, trovo due lettere provenienti da mittenti sconosciuti. Curioso come sono le apro ugualmente, confidando nel buon funzionamento dell’antivirus. Nella prima, una certa Silvia mi ringrazia per un resoconto sul Museo di San Michele che neanche so dove sta. Mi pare che le tre chiese dedicate al santo (Montesantangelo in Puglia, la Sacra di San Michele e Mont-Saint-Michel) si trovino su un’ideale linea retta, ma facilmente è una di quelle scemate in cui c’entrano il graal e i templari. Cestino, con la speranza che Silvia non valga un appuntamento al buio. Nella seconda, invece, Sabrina dichiara che sono uno stronzo perché non le ho detto come stavano veramente le cose. Eh? Anzitutto il lunedì mattina non sono mai uno stronzo, giuro: di solito comincio il martedì nel tardo pomeriggio. E poi, di quali cose parla? Mi torna in mente quella gag in cui Totò viene confuso per un tal Pasquale e preso a botte, ma lui imperturbabile: chissenefrega, Pasquale sono mica io…
Scritto alle 07:30 nella Caro Diario..., Internet e media, Lettere, Racconti | Permalink | Commenti (11)
Ringrazio Irene per la nomination ai Golden Blogs che mi ha davvero onorato. Non importa che la cerimonia di consegna dei premi sia stata annullata per solidarietà con gli sceneggiatori in sciopero, e quindi non comparirò alla Cbs come mia mamma sognava da sempre.
Ricambio la cortesia e segnalo in ordine sparso cinque tra i miei blogger preferiti, nei confronti dei quali avverto una significativa consonanza emotiva:
Irene Spagnuolo Montgolfier Le donne che scrivono sono pericolose Guardami negli occhi Gianna Volpi.
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AULA DI UN TRIBUNALE. INTERNO GIORNO. L'ampia sala è affollata. Le persone in silenzio. L'avvocato difensore, in piedi, è di fronte alla Corte. Volge lo sguardo all'assemblea, in trepida attesa, poi lo distoglie e fiero lo rivolge ai giurati.
AVVOCATO DIFENSORE Vostro Onore, Membri della Giuria, Signori e Signore, è al nostro cospetto un uomo, pronto al giudizio per l'incauta esposizione di indubbie virtù. Un "donjuan effronté", che nella scrittura seduce, con ricorso abile ad immagini evocative, suggestioni verbali, narrazioni avvolgenti. Signori della Corte, il Pubblico Ministero ha insinuato che la ricerca spudorata di eleganze linguistiche e reminiscenze di contenuto sentimentale, unita ad un'accurata ironia, è indice di un'incontrollata volontà di piacere. E il Pubblico Ministero non mente, poiché, come è acclarato, il nostro imputato con le parole conduce a se', attrae; eppure, ed è aspetto la cui rilevanza non va sottaciuta, qui egli disquisisce di sogni tra sognatori e di nostalgie tra nostalgici. Vi invito dunque a valutare con indulgenza la sua adesione allo sciagurato proposito di possibili incontri con donne di imperfetta bellezza, purchè non baffute (come dallo stesso dichiarato), e a giudicare allo stesso modo le lacrime che ha versato per film che narrano senili passioni, elementi che il Pubblico Ministero, nella sua requisitoria, ha definito "casi a dir poco eclatanti di captatio benevolentiae". Signori Giurati, lasciate che egli ricordi, che scriva e che la sua scrittura sia valutata innocente e con lei il suo artefice, poichè come sostiene Marcel Proust: "quando di un lontano passato non rimane più nulla (...), l'odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare - loro, goccioline quasi impalpabili - l'immenso edificio del ricordo. (...) E come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena di acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili, così, ora, (...) tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, (...) dalla mia tazza di tè" .
DISSOLVENZA VFC L'imputato, che colpevole non era, fu assolto. Con formula piena.
FINE
carino questo post. carino anche l'elogio della scrittura di Pim che in effetti merita.
Sono davvero confuso, Vostro Onore. In verità non pensavo che le mie fralezze suscitassero tanta attenzione e tanto interesse. Scrivere rappresenta per me un divertimento fin dalla più tenera infanzia, e continua ad esserlo anche adesso che ho raggiunto una coriacea senilità. (Non è vero, sto ancora nel mezzo del cammin, ma il gusto per la battuta è stato più forte.) Sfido la pagina bianca che mi sta di fronte come fosse un toro nell’arena. L’affronto e cerco di prenderla per le corna, per poi infilzarla con le parole come fossero banderillas. Ogni tanto mi riesce, ogni tanto no. E finisco scornato ed incornato. Ma d’altra parte i limiti del mio linguaggio sono anche i limiti del mio mondo, come diceva Wittgenstein (o era il suo analista?). In fondo produco piccole cose, davvero, non lo dico per modestia. Sono soltanto impressioni e sentimenti che appartengono alla sfera personale – che ha un volume piuttosto piccolo e facilmente calcolabile. Ed ogni volta che invio un thread temo sempre di apparire come un Narciso che si specchia nel gran mare di Internet: in realtà (giurin giuretta) non è così. Anzi. Ci sono tanti altri (in questo ed in altri Forum) che scrivono molto meglio di me e che, probabilmente, si spremono meno le meningi. Tra costoro, potrei indicare anche il nome del mio esimio Avvocato: ma poi darei ragione alla tesi della captatio benevolentiae sostenuta dal PM, ed allora mi astengo – anche se lo penso. Naturalmente, sono contento se i miei messaggi in bottiglia suscitano piacere in chi li raccoglie e li legge. In caso contrario, e qualche volta è capitato, non me la prendo qualora vengano ributtati sdegnosamente in acqua: così come accetto serenamente i complimenti, allo stesso modo mi sorbisco le critiche. (Perlomeno nel mondo virtuale: in quello reale le cose non stanno quasi mai così, ma a voi, Signori della Corte, ciò non deve interessare!) Concludendo, ringrazio ancora il mio Avvocato che ha dedicato una parte del suo tempo prezioso a produrre una inaspettata quanto bellissima arringa a mio favore, che non so davvero quanto merito. Se devo essere sincero temo forte per la parcella, soprattutto per via di quella citazione di Proust. Però se declamo stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus posso chiedere uno sconto? Signore e Signori della Corte, ho finito. Grazie. Arringa o aringa…? Come? Non siamo in un film dei Fratelli Marx?
Sono a conoscenza dell'antefatto, caro pim. L'"esimio" avvocato, dallo studio delle carte processuali, aveva intuito di avere volatili affinità con il suo cliente. Indossata la toga, le parve che l'indubbia abilità narrativa dell'assistito fosse il più incontrovertibile argomento probante a suo favore e sostenne senza peso la difesa d'ufficio. Credo anche che al termine dell'arringa abbia abbracciato l'innocente scrittore e le sue parole, toccanti per percepite analogie, e che fosse lusingata che altri l'avessero apprezzata...
Ricorda Pim, sotto la quarta non è mai vero amore. Un saluto Kissoff P.S. = E complimenti a Emma per il suo post.
Avere i complimenti di rocco - che in passato mi aveva un po' bacchettato - e di kissoff - cui avevo scritto in un post di joi, rimasto senza risposta... - mi inorgogliscono... La mia toga, per difese d'ufficio, non è mai appesa al chiodo: in questa sede l'ho indossata per jane campion, che fa storcere la bocca a molti; in altre e più rilevanti occasioni è per persone che - fuori di qui e (perchè no?) anche nel forum - hanno emozioni, sentimenti, cui sento di appartenere per intese inspiegabili. Quanto al tuo commento a pim, confesso (beata ingenuità?) di non averlo capito... Ciao ad entrambi.
È sufficiente la terza. Elementare. Ricambio i saluti. Pim
Scritto alle 10:00 nella Caro Diario..., Internet e media, KW forumcinema, Racconti | Permalink | Commenti (9)
Il filosofo Umberto Galimberti scrisse anni fa un libro che porta il titolo piuttosto esplicativo di Perversioni in Rete. Riprendendo il lavoro di psichiatri e psicologi statunitensi, tratta dell’Internet Addiction Disorder: della dipendenza cioè da Internet, la quale si manifesta con i sintomi della tolleranza, dell’astinenza e del craving tipici delle tossicodipendenze. Certo, sono fenomeni che accadono, inquadrabili nelle sindromi ossessivo-compulsive, ma non bisogna generalizzare. Soprattutto occorre distinguere le chat dai forum e dai blog, cosa che né Galimberti né altri studiosi di fama (la Oliverio Ferraris, ad esempio) mi sembra abbiano finora fatto. In ogni caso, non andrebbero colti soltanto gli aspetti patologici di questa nuova modalità di relazionarsi agli altri.
Nel web la comunicazione avviene esclusivamente mediante testi scritti. Ciò influenza il contenuto del messaggio, che tende ad essere più semplice ma più impreciso. Si possono poi sperimentare esperienze, ruoli, passioni. Con il rischio di uscire dalle righe, di non riuscire a spiegarsi, di non essere compresi (nei toni e nei modi). Se pensiamo poi che esiste un notevole abbassamento della soglia dell’ansia sociale (ci si protegge con l’anonimato), si capisce perché talvolta vi sia un’esasperazione di comportamenti che altrove sarebbero repressi (da noi stessi o da chi ci sta accanto).
Secondo me, tuttavia, non c’è soltanto questo. Internet ci fornisce lo spazio per vivere in maniera alternativa l’amicizia, il piacere di scambiarsi impressioni, opinioni, informazioni, anche sentimenti. Maniera alternativa, non virtuale (termine errato, perché tutto ciò che ci riguarda è reale: sempre che non siamo psicotici e soffriamo di allucinazioni, ma questo è un altro paio di maniche). Non è richiesta la presenza fisica, neppure quella impalpabile della voce: basta l’intenzione di esserci, di frequentarsi, di dialogare tramite le parole scritte. È vero che nelle maglie larghe della Rete si può osare di più: indossare maschere diverse, giocare con ruoli e sentimenti, mettersi alla prova in scenari svariati. È come avere a disposizione un palcoscenico infinito sul quale muoversi senza inibizioni. Eppure possiamo stabilire di rimanere sostanzialmente noi stessi, proprio come faremmo in qualunque altro contesto pubblico.
Internet rappresenta soltanto il primo passo verso altri sistemi di comunicazione più “fisici” e (in fondo) più soddisfacenti: dal telefono fino all’incontrarsi di persona. Le implicazioni affettive che nascono e si sviluppano non hanno però dinamiche troppo dissimili da quelle che s’instaurano in un rapporto tradizionale. Si possono ricondurre piuttosto a quelle relazioni a distanza tipiche dei secoli passati che si instauravano e si consolidavano attraverso gli scambi epistolari.
Sull’argomento, dunque, non ho un’opinione negativa. (E come potrei?) Credo comunque che si debba utilizzare la Rete in modo intelligente, per non rendere inutile, una banale perdita di tempo, questa esperienza altrimenti piacevole.
Scritto alle 09:30 nella Costume, Internet e media, Tecnologie | Permalink | Commenti (14)
Scrive Umberto Eco in Postille a "Il nome della rosa": “Il Medio Evo […] lo vedo dovunque, in trasparenza, nelle cose di cui mi occupo, che medievali non sembrano e pur sono. In fondo, viviamo ancora nell’Italia dei comuni, abbiamo i musulmani alle porte, il Sacro Romano Impero si chiama adesso Stati Uniti d’America, il Papato esercita sempre il potere… E poi la gente non sa più il latino (tanto che sbaglia a tradurre nunc dimittis), teme l’Apocalisse (Nucleare), coltiva superstizioni e credenze irrazionali, si raduna davanti all’altare televisivo…”.
La differenza con il mondo attuale è che, allora, a dire la verità si finiva al rogo. Oggi, al massimo, si corre il rischio di essere bannati.
Scritto alle 09:00 nella Attualità, Internet e media, Libri e poesia | Permalink | Commenti (1)


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