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Tag Technorati: Albert Einstein, Donald Winnicott, Meltzer & Harris, politica, psicologia, società, volo del calabrone
Ripenso ai passati presidenti della
repubblica. Fino a Leone notai anonimi dal profilo incerto. Fu Pertini il primo
a sapersi conquistare una straordinaria popolarità, durante un settennato ricordato
come il più angoscioso della storia italiana. Cossiga personificò il franare di
un’epoca e l’incompiuto trapasso nella successiva. Scalfaro diede prova di
grande rispetto per la Costituzione, mostrando determinazione nel resistere a
certo avventurismo. Ciampi, tecnico prestato alla politica, con il suo operato rafforzò il ruolo del presidente come garante super partes. Napolitano ha rappresentato il fulcro dell’unità nazionale in un momento di crisi economica e
sociale senza precedenti. È ancora lui la figura istituzionale di cui abbiamo
bisogno in questo tempo fosco, nel quale la politica ci inchioda al presente senza
consentire orizzonti?
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“A un certo punto accade che, citando Nietzsche, se decidi di guardare
l’abisso prima o poi l’abisso decide di guardare dentro di te. E quindi, essere
scrutati dall’abisso significa che la misura del mondo in cui vivi è una misura
che ti trasforma per sempre. Inizi a capire che cosa sta succedendo in un
Paese, sempre di più, che quello che lo determina non sono i dibattiti, non
sono le dichiarazioni. E quello che sta avvenendo alle persone magari sfugge. E
quindi tu ti senti, a un certo punto, quasi di somigliare ai personaggi di cui
scrivi: perché inizi ad essere diffidente come loro, inizi a considerare una
persona solo in nome del potere che esprime, inizi a comprendere dove sono le
sue debolezze… Inizi ad avere esattamente quel modo di ragionare. E questo ti
porta a una solitudine terribile”.
(Roberto Saviano, da Che tempo che fa del 7 aprile 2013)
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<< Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c'è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un'isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza... >>.
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In Il disagio della civiltà, scritto nel 1929, Freud tracciava un
quadro lucidamente pessimista sulla condizione del genere umano, in balia del
conflitto tra pulsione di vita e pulsione di morte. In particolare si
interrogava sul futuro, poiché il progresso tecnologico consentiva
ora agli uomini di sterminarsi a vicenda. Gli avvenimenti storici non tardarono
dargli ragione. Per questo motivo l’opera ebbe grande risonanza, provocando
reazioni sia da parte degli psicoanalisti che di un pubblico più vasto,
soprattutto dopo la catastrofe di Hiroshima e la successiva corsa agli
armamenti nucleari.
Certo, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda lo scenario politico globale è mutato, ma la conseguenza è che oggi appare più confuso. Se, come sosteneva Hanna Segal, negli scorsi decenni si pensava che un’altra guerra mondiale fosse impossibile perché i governanti avevano troppa paura di una distruzione totale, il crollo dell’equilibrio sostanziale tra Est e Ovest è coinciso con la fine drammatica del mito dell’invulnerabilità americana. L'attacco terroristico alle Twin Towers, unica azione bellica subita dagli Usa entro i propri confini, ha promosso l’Islam nuovo nemico ufficiale. L’idea paranoide di un ulteriore scontro tra civiltà ha riprodotto una catena di tensioni e conflitti sparsi a macchia di leopardo, per questo difficilmente gestibili.
Dice ancora la Segal: “Credo che l’11 settembre sia stato fortemente simbolico. Siamo stati scaraventati in un universo di frammentazione e, talvolta, di disintegrazione totale e di terrore psicotico, e anche nella più gran confusione: chi sono i nostri amici? Chi sono i nostri nemici? Da quale parte saremo attaccati?... E ancora, abbiamo dei nemici all’interno? Si tratta del terrore più primordiale del nostro sviluppo personale, non di una morte comune, ma della visione di una disintegrazione personale deteriorata dall’ostilità. E la situazione è ancora peggiore quando Dio interviene nell’equazione. Il monito dell’Armageddon dei fondamentalisti cristiani è oggi paragonabile a quello dei fondamentalisti islamici. La nostra salute mentale è minacciata da un universo interiore caratterizzato da un delirio di potenza illimitata, di male assoluto e di santità…”.
Sul destino del genere umano, Freud lasciò aperta la questione senza fornire soluzioni e neppure consolazione. La crisi economica in cui siamo precipitati non fa che rafforzare il turbamento. La verità è che dobbiamo smettere di chiederci chi sono i nemici, uscire cioè da una logica schizoparanoide (avrebbe detto Melanie Klein), di scissione tra buoni e cattivi in cui i buoni siamo naturalmente noi. Si tratta di un’operazione anzitutto mentale, interiore, in cui, sosteneva Bobbio, il nemico viene pensato come interlocutore. Avere un orientamento comprensivo, riconoscere psicologicamente e culturalmente l’altro, farsi consapevoli dei propri sentimenti distruttivi, assumersi le proprie responsabilità… Questi sono alcuni degli elementi appartenenti a una cultura di pace e solidarietà.
Se devo essere sincero, nemmeno io sono troppo ottimista.
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Rivedo qualche sequenza di Tototruffa ’62. In uno degli episodi, Totò e Nino Taranto si fingono ambasciatori di un paese africano per far credere al gonzo di turno di avere ereditato un miliardo di lire. << Di Rossi ce ne sono tanti >>, commenta costui. << Eh, ma in Africa ce n'è soltanto uno >>, replica Totò, << tutti gli altri sono neri. Poi ci sono i gialli, ma quelli sono i cosi... come si chiamano... >>, e si rivolge al suo sodale. << I peperoni >>, gli risponde Nino Taranto. << Eh, i peperoni... e a noi i peperoni non ci piacciono >>.
Nonsense allo stato puro. Pare niente, ma il cognome Rossi viene fatto slittare nelle diverse accezioni grammaticali di sostantivo, di aggettivo, declinato via via come colore, razza, ortaggio. Un tuffo carpiato semantico degno del miglior giocoliere della parola che, perdendo logicità, fa perdere senso a tutto il discorso e quindi all’intero contesto. Per un significante non c'è soltanto un significato.
Nella società contemporanea, in cui politici populisti alimentano ad arte equivoci concettuali, ogni assunto si confonde, perde certezza e valore. Non siamo più capaci di discernere, i presupposti sfuggono alla comprensione. Dobbiamo renderci consapevoli di una sconfortante verità: siamo pronti a prendere per buona qualunque fesseria che sembri conservare un barlume di sensatezza. Ma non c'è più nessun Totò a farcelo notare.
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Il lento e prolungato epilogo dell'Era Berlusconi (rassegnerà o no le dimissioni?) mi ha richiamato alla memoria la sequenza iniziale di Hollywood Party. Con la differenza che Peter Sellers, nei panni di una comparsa indiana che non si decide a uscire di scena, fa ridere.
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Wilfred Ruprecht Bion cominciò a lavorare come psichiatra militare tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, allestendo e coordinando gruppi terapeutici di cui facevano parte reduci inglesi sofferenti di nevrosi post-traumatiche. Essendo membro della commissione di selezione degli ufficiali, escogitò un sistema originale: il gruppo senza leader. Prendeva un certo numero di candidati, assegnava loro un compito, quindi osservava come si organizzavano e, soprattutto, chi prendeva il comando. Studiando come veniva a costituirsi un tale gruppo, Bion notò che, in genere, giungono alla leadership le persone più disturbate mentalmente: isterici gravi o paranoici.
I miei venticinque lettori si preoccupino pure al pensiero delle implicazioni sociali e politiche di una tale affermazione. Fanno bene. Già Nietzsche – che di follia se ne intendeva – scriveva che se sapessimo in quali mani siamo, rispetto ai nostri governanti, ci si accapponerebbe la pelle. E Nietzsche non aveva ancora visto all’opera Gheddafi e Berlusconi! Uno psicoanalista olandese, Kets de Vries, si è preso la briga di analizzare le biografie di un numero cospicuo di leader – imprenditori, manager, politici, eccetera – dimostrando che risultano tutti fuori di zucca. Anzi, è proprio grazie alle loro patologie mentali che riescono ad assumere ruoli di potere.
Se vi stupite o (meglio!) v’indignate per l’iter francamente schizoide che sta avendo la manovra finanziaria di Tremonti (o di chi per lui), pensate al titolo del saggio di de Vries: Leaders, giullari e impostori. Ma non consolatevi troppo, proiettando sugli attuali governanti tutte le colpe della situazione assurda in cui ci troviamo. Ogni volta che ci troviamo di fronte a politici demagoghi, incapaci, bugiardi, disonesti, manipolatori, dobbiamo riflettere sul fatto che è il nostro gruppo sociale ad essere malato, in quanto essi ne costituiscono la libera espressione. Ed è di ciò che, in primo luogo, dovremmo allarmarci.
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(Paolo Jedlowski, Il mondo in questione)
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O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l’erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perché, perché? dov’è la forza antica,
Dove l’armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l’auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
[...]
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“C'è un modello culturale che potremmo chiamare: vizi privati e pubbliche virtù. Un mix di moralismo e immoralismo. Il moralismo di chi si finge neoclericale per ragioni elettorali, di chi si intruppa al Family Day, di chi si scaglia contro Beppino Englaro rendendo un tema drammatico un'arena per gladiatori, di chi non esita a mandare in galera i ragazzini con lo spinello. E l'immoralismo di chi si circonda di un'epopea in cui l'ebbrezza della cocaina, la compravendita del piacere, il divertimentificio industriale gioca a cavallo del peccato, e questo non ci interessa, ma spesso gioca a cavallo del reato. E la battuta omofoba o razzista o sessista esce dal recinto privato del maschilismo berlusconiano per solleticare l'Italietta del basso ventre. […] L'equiparazione Berlusconi non è pulito ma siamo tutti luridi, tutto è contaminato. Sono paradossali nei loro salti logici: fanno contemporaneamente delle mutande la loro bandiera e vogliono mettere i braghettoni seicenteschi alle domande più difficili: sulla sessualità, sull'affettività, sulla vita e la morte”.
(Nichi Vendola, da un’intervista a La Repubblica del 16 febbraio 2011)
Questo è anche il mio pensiero: il berlusconismo ha fondato i propri interessi sull’anarchia dei modelli.
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Il furore profetico di Nanni Moretti.
Fantapolitica?
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1974. Sam Bricke è un venditore di mobili per ufficio, ha quarant’anni e la sua vita non decolla: anzi, gli sta chiudendo le porte in faccia. La moglie l’ha cacciato da casa e vuole il divorzio, il finanziamento che ha chiesto gli è stato rifiutato, per lavorare deve mentire, perdere la dignità. Sam è un uomo solo, scoraggiato, che vive intrappolato in un mondo a lui incomprensibile, governato dalla legge del più forte, ossessionato dalla logica del profitto. Il successo non può arridere a un disadattato, incapace di rincorrere le proprie aspirazioni e tentare di realizzarle.
L’unica via di fuga rimane allora il delirio: sentirsi vittima di una cospirazione del sistema, che frustra le ambizioni degli onesti ricacciandoli nel fango. Adottando questa prospettiva, si fa ricadere sugli altri la responsabilità dell’insuccesso personale senza mettersi in discussione. Non potendo attuare un progetto di cambiamento reale, a Sam occorre un modo per manifestare la propria protesta e l'urgenza di un risarcimento morale. Inizialmente è attratto dalla sinistra più radicale, quella delle Black Panthers, ma ben presto capisce che è necessario un gesto che sia più risolutivo. Ad esempio uccidere il presidente Nixon, incarnazione di quel sistema ipocrita e corrotto che ha appena generato il Watergate.
Nixon è morto di morte naturale solo nel 1994, e dunque sappiamo fin dall’inizio che Sam non metterà mai in atto il proprio piano. Ma questo non è un thriller di argomento fantapolitico. È invece il ritratto di un uomo disperato, dal precario equilibrio psichico, che cerca di dare senso alla propria fallimentare esistenza. Ed è al contempo lo spaccato della società americana degli anni ’70, la quale sta attraversando una delle stagioni più oscure della sua storia.
The assassination procede con andamento circolare intorno alla vicenda del protagonista, lo segue con partecipazione emotiva nella sua progressiva caduta sino all’appuntamento fatale. Assumendo il suo punto di vista, ne illustra bene il disagio e la disgregazione mentale. Sam non è in grado di elaborare delle difese per adattarsi meglio ad una società che fa della competizione il proprio credo. E nessuno è capace di aiutarlo a riguadagnare un adattamento sociale quantomeno accettabile. Che un granello di sabbia possa far saltare gli ingranaggi del potere resta soltanto un’illusione.
Sean Penn disegna con la consueta abilità il ritratto dolente di un uomo qualunque. Ci avvicina alla sua sofferenza, alla sua emarginazione e fa sentire nostra la sua sconfitta contro i falsi miti dell’american way of life.
The Assassination (The Assassination of Richard Nixon), di Niels Mȕller, con Sean Penn, Naomi Watts, Don Cheadle (Usa./Messico, 2004, 95’). Mercoledì 2 febbraio, RaiMovie, oe 22,35.
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«I tempi e le modalità con cui è stata annunciata l’inchiesta sul caso Ruby lasciano pensare a un’azione di persecuzione nei confronti del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi», sbotta Mara Carfagna. E la Meloni: «Ogni ora che passa diventa sempre più evidente l’uso dell’ennesima inchiesta per finalità di lotta politica». Dal canto suo, Cicchitto tuona: «La vita politica italiana è dominata da un autentico imbarbarimento costituito dalla utilizzazione della leva giudiziaria come arma impropria per eliminare dalla scena l’avversario politico». Non da meno Sacconi: «L’indagine milanese sul presidente del Consiglio evidenzia una vera e propria emergenza democratica». Più prosaico (almeno!) Emilio Fede: «Gli scheletri nell’armadio ce li hanno tutti…», bofonchia.
Tutte queste prese di posizione sono in linea con il giudizio che il cinico magnate Arkadin esprime in Confidential Report: «I ricchi non sono considerati criminali. È una distinzione di classe, non un problema etico».
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<< In parlamento, tre voti possono essere determinanti per salvare un governo. Ora, noi applichiamo la regola del do ut des... Ossia, tu dai tre voti a me che io do tre appalti a te >>.
Il film è del 1963. Dicesi 1963. Sembra girato ieri. O forse è l’Italia a non essere mai cambiata.
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Nei giorni scorsi mi è capitato sotto gli occhi un passo del Vindiciae contra Tyrannos, un pamphlet scritto nel 1580. In esso si descrive la figura del tiranno, il quale “… toglie a molti per dare a due o tre favoriti, impoverisce tutti per elargire a quegli insolenti, rovina il bene pubblico per costruire la sua casa”. Inoltre “innalza gente volgare e sconosciuta affinché questi pezzenti, dipendendo totalmente da lui, lo adulino e si pieghino a ogni sua passione”. Ma non solo. “Odia gli uomini dotti e saggi” e “ritenendo che la sua sicurezza risieda nella corruzione e nella degenerazione”, istituisce “taverne, case da gioco, bordelli e giochi, come fece Ciro”.
Per fortuna, mi sono detto, certe cose oggi non accadono più.
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Diffidare di chi, battendosi il petto, esclama “Ghe pensi mi”. Che sia un medico, uno psicologo, un avvocato, un idraulico oppure il presidente del consiglio. Questa pretesa di onnipotenza porterà certamente con sé consensi e voti, ma è illusoria. Non si può agire senza avere un minimo di consapevolezza di quali sono i propri limiti. Tenere sempre presenti le parole che Churchill rivolse agli inglesi nel 1940, allo scoppio della seconda guerra mondiale: “Non ho altro da offrire che sangue, sudore e lacrime”.
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Leo Strauss (1899-1973) è un filosofo tedesco esponente del cosiddetto pensiero neoconservatore. Avendo vissuto in prima persona il crollo della Repubblica di Weimar, ne trae la conclusione che la democrazia non può permettersi debolezze: occorre dunque definire chiaramente ciò che è “bene”, incarnato dai valori della società occidentale, e contrapporlo al “male”, che corrisponde a tutto ciò che si differenzia da questa cultura. L’amministrazione Bush si è ispirata a questa posizione, attuando politiche estere molto aggressive.
Ma c’è dell’altro. Ricollegandosi più o meno direttamente a Machiavelli, Strauss sostiene che le masse abbiano un’idea poco precisa del “bene”, perciò possano essere facilmente conquistate dai demagoghi. Di conseguenza ritiene legittimo che, in un regime democratico, i governanti ricorrano alla menzogna in nome della loro capacità di ravvisare e perseguire il “bene comune” meglio del popolo.
Ecco. Mi sono tornati alla mente Leo Strauss e i neoconservatori mentre scorrevo i titoli dei giornali di stamattina. Il killeraggio scientifico messo in atto contro Fini riconosce dei presupposti che potremmo definire filosofici: per difendere i propri interessi, spacciati per “bene comune”, Berlusconi si sente in diritto di utilizzare pratiche come la falsificazione e la disinformazione che con la democrazia nulla hanno a che spartire. Chiunque abbia a cuore le sorti delle nostre istituzioni dovrebbe sentirsi accapponare la pelle.
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Analizzando l’attuale situazione politica italiana, il settimanale inglese The Economist sosteneva recentemente che Gianfranco Fini "è probabilmente il più abile politico italiano".
Abile? Ma se ha impiegato diciassette anni per accorgersi che Berlusconi è (così l'ha bollato) “illiberale”, un “analfabeta del diritto costituzionale”…
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Si possono inceppare i processi comunicativi, imbrigliando l’informazione quotidiana. Asciugare le penne biro ai giornalisti, bloccare le rotative, scollegare i pc dei blogger. Si può avvelenare la fonte delle notizie, stendere sui fatti un marshmallow appiccicoso e dolciastro, oppure metterci sopra una cappa pesante di fango. Si possono utilizzare i media come agenzia di controllo sociale, renderli luogo di deformazione dell’opinione pubblica. Ma non si può impedire al libero pensiero di ricostruire la propria immagine del mondo. Non si può impedire al libero pensiero di manifestarsi, di diffondersi, trovando da sé la propria strada. Non gli si può impedire di farsi strumento di critica democratica al potere: di contraddire, denunciare, divulgare.
Il libero pensiero sfugge a rituali e mezzi di propaganda, ai tentativi di egemonia, al consenso forzato: ha un percorso sottostante, fluisce sotterraneo a irrigare e fertilizzare i campi della società civile, a farla fruttificare. Nessun provvedimento autoritario potrà mai saltarlo a piè pari, limitarne la portata, reprimerne gli effetti sulle coscienze e le istituzioni.
Legge bavaglio?
Imbavagliare il libero pensiero è come arginare la marea montante.
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"... Era appena iniziata la primavera nella bella penisola e per Silvio Berlusconi era una giornata di merda come tante altre: la magistratura continuava a stargli alle calcagna, i sondaggi lo davano in caduta libera... E così quando alle 3:32 del 6 aprile 2009 un terremoto sveglia perfino gli abitanti della casa del Grande Fratello e quando si scopre che un'intera città è stata annientata, per Silvio Berlusconi è come se Dio gli avesse teso ancora una volta la mano".
Si tratta di un pamphlet, e come tale ha dei limiti ovvi: va a vederlo chi è già convinto della buona causa, lo evita chi è contrario. Il valore di Draquila non sta però tanto nella qualità estetica, tutto sommato abbastanza approssimativa (la voce fuori campo è spesso irritante), quanto nel disvelamento sfacciato della realtà delle cose. Oltre la Destra (che è quello che sappiamo) e oltre la Sinistra (che è quella che non vorremmo che fosse), il film della Guzzanti ha il merito di sbattere in faccia senza tanti complimenti un'ineluttabile verità: la politica, al soldo dei potentati economici, conta sempre meno. Troppo spesso - il terremoto a L’Aquila come la vicenda Anemone - è solamente l’etichetta di un contenitore dal contenuto torbido. Il film inciampa in qualche luogo comune: tuttavia costituisce una testimonianza lucida ed appassionata che vuole scuotere la rassegnazione, se non l’apatia, nella quale è scivolata una parte non indifferente della società italiana.
Mentre la televisione batte oramai le strade remunerative della fiction, il cinema conferma di essere attualmente il mezzo più efficace a documentare la realtà che frequentiamo. La sala mostra ancora una volta la propria dimensione anarchica, ultimo baluardo contro il pensiero pervadente del Grande Fratello e dei suoi epigoni. Non per caso un personaggio televisivo come la Guzzanti deve proprio alla sala la vittoria più grande: la presenza al Festival di Cannes.
Draquila – L’Italia che trema, di e con Sabina Guzzanti (Italia, 2010, 93’). Presentato fuori concorso al LXIII Festival di Cannes. In programmazione al Cinema Nazionale 2 di Torino.
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“Oggi la nuova Resistenza in che cosa consiste. Ecco l'appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia… Oggi ci vogliono due qualità a mio avviso, cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà... E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto. La politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo, se c'è qualcuno che dà scandalo, se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!”.
Oggi all’Italia manca un uomo come Sandro Pertini.
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