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A prima vista mi è piaciuto
molto: siamo circondati da una bellezza antica, che risale alle nostre radici,
che però aggetta nel vuoto, sul nulla. La mano di Sorrentino è straordinaria
sul piano visivo, riprese e fotografia notevoli, grande Servillo e ottimo
Buccirosso; purtroppo qualche lungaggine e dialoghi spesso artificiosi.
(26 maggio 2013, via sms)
La grande bellezza, di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Pamela Villoresi, Iaia Forte (Italia/Francia, 2013, 142’). In programmazione al Cinema Fratelli Marx di Torino.
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Miele è un film importante perché
si occupa del fine vita, non dell’eutanasia in senso stretto. Lo dice bene
Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera: “Il
tema del film è molto più semplice e insieme molto più complicato, disturbante.
Miele pone allo spettatore una domanda a cui forse non è preparato a
rispondere, semplice e diretta nella sua crudezza: come si guarda in faccia la
morte?”. Domanda difficile, anche perché dalla morte si tende a distogliere
lo sguardo. Non si tratta di un film sulla legislazione attuale, ideologico o provocatorio.
Miele-Irene è una ragazza che aiuta i malati terminali a morire,
clandestinamente e a pagamento: dunque nessun giudizio morale. Sulla sua strada
incontra Carlo Grimaldi, un anziano ingegnere che ha bisogno del suo aiuto. Lei
dà per scontato il fatto che sia malato, non glielo chiede neppure, e gli
consegna il barbiturico necessario per il suicidio assistito. Nel momento in
cui comprende che il suo malessere è di altro genere, nasce uno scontro umano, generazionale
– sono persone assai dissimili – da cui scaturisce un’amicizia affettuosa, una
comunione fatta di gesti più che di parole. Sono due solitudini che si guardano
e si rispecchiano. Irene è una ragazza che si nega all’amore ma -
paradossalmente, per il mestiere che fa - estremamente vitale; il dolore e la
pietà che prova quando aiuta i pazienti a morire si traduce in un movimento continuo.
La fine di quest’uomo, che invece conserva un male di vivere misterioso, forse troppo
profondo per essere espresso, la costringerà a fermarsi e, in qualche modo, a
rigenerarsi. È l’osmosi che si crea tra le persone che si vogliono bene, che si
passano l’un l’altro parole, musica, conoscenze, emozioni, permeandosi vicendevolmente,
inavvertitamente, delicatamente.
Miele, di Valeria Golino, con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Iaia Forte, Libero de Rienzo (Ita/Fra, 2013, 96’). In programmazione al Cinema Fratelli Marx di Torino. In concorso alla 66esima edizione del Festival di Cannes, sezione "Un Certain Regard".
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Ho dovuto ricredermi. Viva la
libertà è un film non banale e ricco di spunti tenuti su un registro lieve.
Ben girato e recitato, la sua fresca eleganza lo distingue da quasi tutti i
film italiani recenti.
(1 aprile 2013, via sms)
Viva la libertà, di Roberto Andò, con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Anna Bonaiuto (Italia, 2013, 94’). In programmazione al Cinema Massimo2 di Torino.
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Il posto delle fragole, Jules et Jim, Uccellacci e uccellini, Il matrimonio di Maria Braun. Li vidi da ragazzino al cineforum, genere di locale piuttosto fumoso frequentato nel secolo scorso da carbonari e tupamaros. Parte integrante dell'arredamento erano i sedili di legno cigolante, strumento di tortura tanto semplice quanto crudele. La tremenda durezza scongiurava il raggiungimento di un equilibrio stabile, provocando il lento ma inesorabile logoramento dei glutei. Lo schienale terminava proprio sotto le scapole, in modo che fosse impossibile
appoggiare la testa, e infliggeva allo spettatore spietate fitte a livello della regione
cervicale. Qualcuno si sistemava allora nella classica posizione fetale, portando le ginocchia all'altezza dell'addome e appallottolandosi come un armadillo (il noto animillo che galippa galippa). Qualcun altro tentava quella ginecologica, allungando i piedi sul sedile davanti, con il rischio di decapitare qualche malcapitato. Per compenso, non si poteva assolutamente scivolare in terra: lo spazio tra le file era talmente ridotto che a stento ci stavano le gambe. Pomiciare lì sotto sarebbe stato un gran numero di contorsionismo circense.
Insomma: altro che le poltrone supercomode e superergonomiche delle multisale di oggi, disposte in modo tale che tra una serie e l’altra ci transiti un tir, su cui si può comodamente sonnecchiare, parlare al cellulare, rimpinzarsi di popcorn e cocacola. Quanto al film... massì, soprassediamo.
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Vidi Mariangela al Teatro Carignano qualcosa come venticinque anni fa, interpretava una Medea di commovente spessore. Mi piace ora ricordarla in una divertente sequenza di Mimì metallurgico girata al Valentino insieme a Giancarlo Giannini. Che il riposo le sia dolce...
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Come credo capiti a ogni bambino,
la prima volta al cinema fu un cartone animato. Walt Disney, nel mio caso. Bambi. Non so con precisione quanti anni
avevo, probabilmente sei o sette. Ricordo soltanto che era un sabato di inizio primavera e mio padre, che lavorava in un’azienda del gruppo Fiat, aveva ottenuto dei biglietti per lo spettacolo pomeridiano. Laura si mostrò sin da
subito entusiasta, invece io contenni l’aspettativa dandole forma di una lieve inquietudine.
Conservo tuttora nettissime le sensazioni che provai non appena entrai nella sala ancora illuminata: i passi attutiti sulla moquette rossa, i comodi sedili di velluto e, davanti al sipario che nascondeva lo schermo, un grosso pannello con alcune scritte pubblicitarie. Tutt’intorno gli altri bambini, accompagnati anch’essi dai genitori, si dimenavano e schiamazzavano eccitati. Ero contento, ma più che altro turbato da quell’esperienza nuovissima che, se per un verso mi affascinava, per un altro m’intimoriva. Solo alcuni decenni più tardi sono giunto a spiegarmi le ragioni: ero un bambino insicuro, ogni situazione sconosciuta costituiva un elemento di naturale attrazione ma facevo fronte all’incertezza con uno stato di cauta apprensione. Ciò che si desidera può anche metter paura, tanto nell’infanzia quanto nell’età adulta.
Le luci infine si spensero, il vociare si affievolì e d’incanto la tela bianca si riempì di luce. Anzi, si rese colore. Per la prima volta assistevo ad una proiezione che non era in bianco e nero come proponeva la televisione. Inizialmente furono proprio le tinte accese a rapirmi, mentre i titoli di testa si ergevano cubitali e la musica colmava le orecchie di zucchero. Consumata la stupefazione iniziale, fui preso completamente dalla storia: Bambi, il coniglietto Tippete, la puzzola Fiorellino. Ancora oggi rivivo con nettezza le emozioni suscitate da alcune sequenze. La morte di mamma cerbiatto per mano del cacciatore, la cui inspiegabile cattiveria mi sgomentò. L’incendio nella foresta, quel rosseggiare delle fiamme che invadevano lo schermo, mi pareva persino di sentirne il calore. Provai apprensione per la sorte di Bambi nonostante intuissi, da piccolo avveduto lettore di romanzi avventurosi quale ero, che la storia non poteva terminare così. Quando il cerbiatto ricomparve, sia pure un po’ affumicato, mi sentii confortato; e insieme a me tutti gli altri bambini, che emisero all’unisono un aaahhh di sollievo.
Questa è la storia di Bambi e della mia prima volta al cinema. Seguirono poi altri classici della Disney, da La carica dei 101 a Gli Aristogatti, Lilli e il vagabondo, Fantasia. Videocassette e DVD erano ancora di là da venire, il piccolo schermo offriva film e telefilm ma la visione domestica non accendeva di meraviglia il cuore. Con Bambi scoprii che la sala cinematografica significava la terra ideale dove nutrire gli occhi di sogni, dove l’impossibile si faceva possibile, il desiderio si tramutava in realtà. Una terra alla quale recare visita in occasione del natale o di qualche festa comandata, così da arricchire l’atmosfera incantata in cui, indotto dalla suggestione potente delle immagini, il prodigio si riproduceva.
Da allora il cinema ha contribuito a dare una spiegazione accettabile alle mie pulsioni più segrete, a rendere il mondo (il mio mondo) più vivibile, negli anni fragili dell’adolescenza e poi in quelli inquieti dell’età adulta. Mentre ogni film mi scorreva addosso, insieme a tutta la vita che girava intorno, mi accorgevo di quanto ignoravo, non capivo, soprattutto non sapevo di me e non sapevo neppure di non sapere. Da quelle storie che vengono ancora oggi a farmi visita ho cominciato a riunire i frammenti dell’esperienza personale configurandoli in un senso accettabile, a pensare ciò che prima sembrava impensabile, a dare conoscenza ai sentimenti e sentimenti alla conoscenza. Ma cos'è raccontare se non questo?
Buone Feste
Pim
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(Pubblicato su Kataweb Forumcinema il 20 novembre 2002)
Piove.
Fa freddo. Sprizzo livore da ogni poro. Giulia mi scruta di
traverso, come quando sa che ho una parolina maligna per tutti. Ma chi te l'ha
fatto fare, insinua con garbo. A una serata ad inviti non si dice mai di no,
rispondo. E poi, lo sai che ho una specie d’insana curiosità per l’orrido. Come
quando andammo a Saint-Maurice per quella cerimonia alla presenza dei Savoia. C’era pure Sgarbi…
Presentazioni molto sfilacciate, lasche strette di mano, scambi distratti di cortesie, sorrisi miserabili. Gli ombrelli sgocciolano in un angolo come anguille morte. Un caos dimesso mi avvolge e mi confonde. Può il caos essere dimesso? Sì, talvolta è possibile. Almeno, in questa circostanza lo è.
Si dà il caso che mi trovi all’anteprima del nuovo film di Luca Barbareschi. Il nuovo. Il secondo. Potrebbe essere pure il primo, poiché Ardena non l’ha visto nessuno. Scommetto neanche quelli del Ministero dei Beni Culturali che l’hanno finanziato con fondi pubblici. La sala è calda, umida, la gente grassoccia, vagamente compiaciuta e discute di argomenti che non conosce. Siamo nell’attesa di un evento – se così si deve chiamare – che non può che essere modesto, sospinto a braccia da un’organizzazione comunque volonterosa. Nulla contro la Film Commission, anzi, però tutt’intorno c’è un’aria da commedia tirata per i capelli. Penso sia per gente simile che si fanno certi film.
Il Trasformista riprende temi e contenuti de Il Portaborse. Tuttavia, mentre il lavoro di Lucchetti era un attacco lucido – in anticipo sui tempi – all’Italia rampante dei furbi e dei corrotti, questo si limita a registrare il dato di fatto in modo qualunquistico. E Barbareschi non è Moretti. L'ironia è rozza, per nulla immaginifica, le allusioni compiaciute, la satira politica ambigua, ideologicamente nulla.
Barbareschi fa della cattiveria un numero e suppongo che non gli costi nemmeno troppo sforzo. Ha la faccia da capra dei Pirenei, sempre atteggiata a un ghigno che vorrebbe essere cinico. Più che altro un trisma tetanico. Il pubblico comunque applaude. Ma il pubblico vede qualunque cosa, non opera distinzioni. Basta partecipare, farsi vedere, sfoggiare al mondo la propria esistenza. La lotta senza classe sembra oggigiorno l’unica degna di essere combattuta. I più furbi, in ogni caso, sanno che il posto migliore si trova vicino all’uscita. Perché - alla fine - tutto ha un limite.
Se questo è cinema, me ne torno ai super 8 della mia infanzia. Quelli con zio Piero che carica la 127.
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Due le qualità del film. La prima
è quella mdp sempre in movimento, il gioco continuo delle inquadrature: se pensi
a Bertolucci immobile sulla sua "sedia elettrica”, vorresti quasi
abbracciarlo. L’altra è il lavoro
accurato che il regista ha fatto sul protagonista, il brufoloso Jacopo Olmo
Antinori che dà vita a Lorenzo, quattordicenne introverso che si barrica in
cantina invece di seguire i compagni di classe per la settimana bianca.
La pecca consiste casomai nella scelta del materiale di partenza. Ammaniti sa scrivere, gli riesce naturale e non ha bisogno di cucirsi su uno stile, ma il libro da cui il film proviene è assai modesto, si regge su una sola idea senza grandi sviluppi. Il personaggio della sorellastra di Lorenzo risulta fastidiosamente convenzionale, la solita tossica che si fa di eroina (nel 2000?), e Tea Falco non riesce proprio a renderla interessante. Non si capisce, poi, in che modo la sua ruvida esperienza esistenziale contribuisca alla crescita sostanziale del ragazzo.
Bertolucci ha il merito di tagliare del tutto prologo ed epilogo presenti nel testo (inutili), tralasciare qualche passaggio e creare spunti stimolanti (il formicaio). L’inquadratura finale di Lorenzo sembra inoltre un esplicito omaggio al giovane protagonista de I quattrocento colpi, una delizia per gli occhi dei fans di Truffaut. Diciamo che il film, nonostante certe ingenuità e imperfezioni, è superiore al libro. Non ci voleva molto, Ammaniti non è Moravia, ma Bertolucci dimostra vitalità e voglia di rimettersi all’opera. Non sta facendo insomma la fine di Antonioni, e questa mi sembra la notizia migliore.
Io e te, di Bernardo Bertolucci, con Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco, Veronica Lazar (Italia, 2012, 97’). Presentato fuori concorso al 65° Festival di Cannes; visto al Cinema Fratelli Marx di Torino.
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Ho visitato Artissima. Giudizio
critico: boh. Sghiribizzi infantili prodotti con l’intento deliberato di provocare,
come le puzzette o le parolacce, che pertanto risultano innocui oltreché di valore
modesto. E poi ha ragione Philippe Daverio: non c’è niente di meno
contemporaneo dell’arte contemporanea, sono quarant’anni che propone sempre le
stesse cose.
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Il napoletano Luciano conduce una
pescheria insieme al cugino, si districa per soprammercato tra piccole
truffe e coltiva un sogno: partecipare al Grande Fratello, con la speranza di
trovare una via d’uscita dalla realtà che lo circonda. Spinto dalla famiglia,
partecipa a un provino per entrare nella casa. Da quel momento in avanti vivrà
l'attesa della chiamata in modo sempre più ossessivo, perdendo progressivamente il senso
di ciò che gli accade.
Non è un caso che nel periodo storico attuale si producano film come Reality ed È stato il figlio: storie di disgraziati che affidano a circostanze esterne il riscatto sociale, fantasticando una soluzione magica ai propri problemi. Ma se Ciprì spinge a fondo il pedale del grottesco (a mio avviso il modo più efficace per rappresentare questo genere di situazioni), Garrone gira una commedia dall’impianto più tradizionale, incentrata sul tema dell'identità e sul rapporto tra realtà oggettiva e percepita.
I punti forti sono sicuramente la regia (magistrale), gli attori (favolosi, non solo Aniello Arena, artefice di un'interpretazione commovente) e la colonna sonora di Alexandre Desplat. Alcune trovate confermano il talento creativo di Garrone, tuttavia rimangono isolate, applicate a una storia debole che illustra il proprio enunciato senza riuscire mai a sorprendere e raccontata con ritmo lasco. Lo sguardo del regista non è capace di incidere e far breccia nella superficie della finzione. Complessivamente, un’occasione mancata.
Reality, di Matteo Garrone, con Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone (Italia/Francia, 2012, 115’). Vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 65° Festival di Cannes. In programmazione al Cinema Massimo 2 di Torino.
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8 ottobre 1984. Dal mio diario.
Rimanemmo in silenzio per qualche
minuto, seduti sulla panchina, leggermente discosti. Lucia raccolse da
terra una foglia e, osservandola, disse: << Guarda com’è brutta >>.
<< Già, ma una volta era sicuramente bella >>, risposi. <<
Bisogna saper individuare la bellezza in ogni cosa, anche se è passata. In tutto ciò che ci sembra importante dovremmo imparare a riconoscere i germi
della sua fine >>.
Non pronunciai proprio quelle parole, la frase che riportai sul diario la sera stessa non suonava esattamente così, ma l’espressione i germi della fine la ricordo bene. Saper riconoscere i germi della fine componeva un pensiero che facevo spesso a quei tempi, i tempi del liceo appena terminati. Mi trovavo in una specie di limbo, stavo cominciando a frequentare l’università ma il cordone ombelicale che mi teneva unito a luoghi e persone si manteneva saldo. Anche la piccola storia con Lucia, nata durante la preparazione dell’esame di maturità, contribuiva. O almeno aveva contribuito. Fino a quel pomeriggio sulla panchina di Via Cernaia.
Lucia annuì, accarezzando lievemente la superficie rugosa della foglia. Come il nostro amore, era caduta ancora verde da un albero al primo sentore d’autunno. << Somigliamo a due ubriachi che smaltiscono la sbornia >>, dissi con un sorriso a mezza bocca, tanto per rompere la tensione nell’aria. Provare a fare dell’umorismo quando l’atmosfera si faceva pesante era un’abitudine, negli anni capii che non sempre si trattava di una buona idea. La verità, comunque, era che entrambi avevamo timore di parlarci, forse per non mortificarci.
<< Mi dispiace >>, sussurrò alla fine lei con voce vacillante. Misurai le parole: << Anche a me… però ieri ho capito una volta per tutte che non potevamo fare più nulla. Salviamo il salvabile, avevi detto, mi pare che ora non ci sia più niente da salvare >>.
Rileggendo quanto scrissi allora mi viene da sorridere: parlavo come un uomo adulto, non proprio come un adolescente di diciannove anni, ma lo facevo per non cedere al dispiacere. E poi era la prima volta che lasciavo una ragazza – o, meglio, che lei lasciava me. D’altra parte Lucia, sia pure per un paio di mesi appena, era stata la mia prima vera ragazza.
Lei convenne, poi ricadde il silenzio. Entrambi guardavamo davanti a noi, seduti sul bordo di quella panchina come se scottasse, come se dovessimo alzarci di scatto e scappare via di corsa, piuttosto di leggerci le lacrime gonfiarsi nei nostri occhi. A dire il vero avevo l’intenzione di mostrarmi più aggressivo: << Non ti amo abbastanza per stare con te >>, aveva pur detto qualche giorno prima, ma ora mi pareva stupido rimproverarla per qualcosa di cui, me ne rendevo conto, non aveva colpa. Mi faceva persino pena vederla lì, la testa china. Mi facevo pena anch’io, ancora una volta vittima di un’illusione come un’arma a doppio taglio. Sì, pensai, stavo scontando i momenti felici vissuti con lei e che non sarebbero più tornati.
<< Credo che ci vorrà parecchio prima di smaltire la sbornia >>, ripresi con tono sconsolato guardando le crepe del terreno, chiedendomi chi di noi due stesse facendo la figura peggiore. Proruppi quindi tutto d’un fiato: << Ieri, a quella dannata festa, mi sono comportato da scemo. Ridevo, scherzavo, invece avevo solo voglia di piantare lì tutti e andarmene. Fingere è un’autodifesa, ma perché? Che sciocchezza fare finta che tutto vada bene quando gli amici chiedono di te e me. Proprio ieri sera Raffaella mi diceva: ci vediamo come al solito davanti a scuola… quando oggi potrebbe essere l’ultima volta che sono venuto a prenderti… >>. Lucia m’interruppe. << No, non vorrei che accadesse questo. Ti voglio ancora bene e desidero continuare a vederti, a uscire insieme, quando sarà possibile >>. << Ti voglio bene anch’io, sebbene non più come prima… >>.
Mentivo sapendo di mentire, ovvio, l’amavo più disperatamente che mai. Mi stavo tuttavia adattando inconsapevolmente ad un gioco delle parti fino allora sconosciuto, eppure l’unico cui sapevo giocare. Mantenni perciò la calma, senza manifestare emozioni apparenti. << Penso che hai ragione, faremo così >>. Non vedevo l’ora di darle ragione in questo senso, ma un po’ di dignità dovevo pur lasciarla intravedere: << Non sarà così a partire da domani, ho bisogno di tempo per mettere in ordine le idee… Mi rimarrà lo stesso un enorme rimpianto >>.
Ci incamminammo in direzione di Piazza Statuto mentre un tiepido sole ottobrino illuminava i lavori in corso. << Dì qualcosa >>, esclamò Lucia ad un certo momento. Sospirai: << Penso di aver detto abbastanza in questi mesi. Forse anche troppo, non lo so… Quando uno crede davvero in qualcosa e adesso non ci può più credere, beh, non rimane molto da aggiungere… >>.
Sono certo che una frase così sarebbe stata perfetta in qualche film di Rohmer.
<< Ce l’hai con me, vero, sii sincero >>, domandò con qualche esitazione. << No, sul serio >>, assicurai, << Sono sempre stato sincero con te e lo sono ora >>. << Vorrei chiederti ancora una cosa… ti ho delusa, è così? >>. << Beh, è difficile dirlo… >>, esitai, ma poi aggiunsi: << Sì, un po’. Forse ti ho messa sopra un piedistallo che non c’è >>.
Rimanemmo zitti fino al momento in cui, giunti in Piazza Statuto, infine ci salutammo, il sole negli occhi e un gran peso sullo stomaco. Sembrava ancora impossibile: tutto finiva lì, con una stretta di spalle, allargando le braccia in un gesto di rassegnata impotenza. La pagina di diario terminava sulle note di una canzone: “… E fu del tutto sera qualcuno tornava, tornava presto e il resto fu andare via”.
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C’è un intreccio di elementi che ha trasformato una modella di umili origini in una diva di Hollywood, e quindi un mito che incanta ancora dopo mezzo secolo. Lo sguardo trasognato, la voce carezzevole, la sensualità penetrante, insieme a una personalità tormentata, una vita sentimentale travagliata e a una fine oscura. Il personaggio convenzionale della bionda svampita e attraente – archetipo dell’immaginario erotico maschile – caratterizza la carriera di Norma Jean Baker, fin dagli esordi in ruoli di seconda schiera. Agli occhi degli spettatori rivela però ben presto un fascino straordinario, non disgiunto da una scintillante ironia che troverà piena espressione sotto la guida di Billy Wilder – Quando la moglie è in vacanza, A qualcuno piace caldo. Prova a crescere, il matrimonio con Arthur Miller, a migliorarsi, l’Actor’s Studio, a misurarsi con parti più complesse, Il principe e la ballerina per la regia di Laurence Olivier, ma le inquietudini esistenziali e il senso d’inadeguatezza prendono via via il sopravvento. Marilyn, di Simon Curtis, coglie l’attrice proprio in questo momento cruciale di passaggio, rimasto incompiuto.
Marilyn (My Week with Marilyn), di Simon Curtis, con Michelle Williams, Kenneth Branagh, Julia Ormond, Judi Dench, Emma Watson, Derek Jacobi (GB, 2011, 99’). In programmazione al Cinema Fratelli Marx di Torino.
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A gothic-horror tale centering on the life of vampire Barnabas Collins and his run-ins with various monsters, witches, werewolves and ghosts. Based on the popular "Dark Shadows" TV series. [da IMDB]
Puerile, il primo aggettivo che mi è venuto in mente al termine del film. Puerile e tutto di seconda mano: l'umorismo, i personaggi, l’estetica gotica, lo humour nero (toni di grigio, va’), le scenografie da castello dell'orrore, le musiche di Danny Elfman, il solito Johnny Depp (truccato come Carmelo Bene, somiglianza impressionante). Il combattimento finale, con Eva Green che si frantuma come una porcellana, è ripreso frame by frame da La morte ti fa bella; la battuta su Alice Cooper è risaputa (soltanto Giulia non l’ha capita, però lei è più antica di Barnabas); quella su Victoria che è una tipa da carpenters suona gustosa ma riservata a pochi eletti (ci sono arrivato mentre scendevo le scale del cinema). Il resto è pura maniera, che forse incuriosirà le giovani leve cinefile (sempre che esistano ancora) ma alla lunga fiaccherà i burtoniani più fedeli. Non rimane che qualche sprazzo occasionale da farsi bastare. La prima parte presenta le trovate più gustose (Barnabas novello Don Chisciotte che scambia la M di McDonald’s per quella di Mefistofele), l’ambientazione Seventies è spiritosa, poi inizia inesorabile la discesa verso il déjà-vu. Neppure i riferimenti sessuali piuttosto espliciti, inconsueti nei film di Burton, risollevano il morale della truppa: anzi, sottolineano gli evidenti problemi di sceneggiatura. Non vorrei dirlo, ma temo che, negli ultimi film, Tim si sia smarrito dentro il labirinto dell’autoreferenzialità. L’anticamera della morte artistica, senza prevista (?) reincarnazione.
Dark Shadows, di Tim Burton, con Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter, Eva Green, Chloe Moretz (Usa, 2011, 140’) In programmazione al Cinema Fratelli Marx di Torino.
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Tra poche ore un treno mi avrebbe riportato indietro e, forse, tutto avrebbe ripreso a procedere come prima. C’era stato un momento in cui questa realtà alternativa sembrava potesse assumere consistenza e diventare l’unica, ora me ne sfuggiva la disposizione. Eppure, ci aggiravamo nella libreria del quartiere africano commentando con la consueta scioltezza libri e cd che prendevamo in mano per poi riporre negli scaffali. Lei cercava una raccolta jazz da regalare e alcuni dvd che le avevo consigliato (Orson Welles, mi pare). In sottofondo i Coldplay. Preferisco aspettare che il prezzo scenda, dissi osservando la copertina di Viva la vida. C'era qualche probabilità che fosse l’ultima volta che stavamo insieme e non volevo conservare ricordi malinconici. Lei, con il proprio corpo, avrebbe continuato ad esistere in un altrove a me precluso, insieme a un altro uomo, che era poi il suo uomo, dal quale sarebbe tornata per mettere ordine al passato e inanellarsi un futuro. A me non restava che prendere le distanze, come le avevo promesso che mai avrei fatto. Mi sarebbe mancato quel sogno condiviso a lungo, così profondamente respirato. Unico conforto, mentre sostavo alla cassa, la voce sorridente di Chris che mi accarezzava la schiena e mi chiedeva di non piangere.
(I Coldplay sono stasera in concerto allo Stadio Olimpico di Torino.)
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A volte la ruota compie un giro completo prima di fermarsi. Magari occorre un lungo periodo per la rivoluzione, così lungo che possiamo dimenticare da dove era partita. Nel momento in cui si ferma, però, abbiamo la percezione del tempo e dello spazio percorso. Era di maggio, sei anni fa, camminavo per via Po contornato da un manipolo di gente festante, bandiere in mano e sciarpe al collo. Nel centro della carreggiata il pullman della Juventus, i giocatori festeggiavano lo scudetto dal tetto scoperto tra musica e coriandoli. Non mi convinceva quel giro d’onore, in sottofondo si udiva un borborigmo cavernoso che cresceva d’intensità. Tra poco avrebbe sconvolto la logica degli eventi. Calciopoli, cosiddetta. Scudetto revocato, il baratro della retrocessione – addirittura in serie C, qualcuno presentiva. Fu poi soltanto la B, con nove punti di penalizzazione per soprammercato, ma l’onta era grande. Mai nella storia. Qualcuno se ne andò di filato. Il mister Capello, alla volta della verde Hampstead – chiamalo scemo. Quindi Ibra, il mercenario, i colossi di centrocampo Emerson e Vieira,. Infine Zambrotta e, ultimo smacco, Fabio Cannavaro.
Sembra incredibile, ma non bastò un Mondiale conquistato con tenacia in terra tedesca, no. A settembre l’esordio nell’anonimato tra i cadetti contro il Rimini rappresentò una botta dura, soprattutto in previsione del purgatorio da riscattare. C’era però anche chi aveva stretto i denti ed era restato. Gigi Buffon sarebbe potuto andare a svernare ovunque e profumatamente retribuito – Spagna, Inghilterra –, invece eccolo tra i pali come sempre, persino sui campetti spelati della periferia italica. E con lui Camoranesi, il grugno ancora più torvo, l’olimpico David Trézéguet lì davanti a far carambole. Ma soprattutto Alex Del Piero, capitano coraggioso, nella buona come nella cattiva sorte, con un sorriso appena più tirato del solito. Fu un momento strano: ingrato, umiliante, eppure avvincente. A Treviso come a Frosinone, a Leffe come a Crotone, sugli spalti gremiti all’inverosimile la gente si accalcava intorno al recinto di gioco per vedere i giocatori fin nel bianconero degli occhi. Manco fossero Manchester, Berlino o Madrid. No, non era l’atteggiamento di chi spia con curiosità malsana la nobile decaduta, o peggio se ne fa beffe. Si trattava della passione autentica di chi sa che si trattava di un’occasione irregolare che non si sarebbe ripetuta presto, quella di ammirare i campioni dei sette mari abbeverarsi alla fontanella sotto casa.
La scontata promozione non segnò un ritorno facile ai vertici. La squadra pareva essersi smarrita: scelte societarie malcalcolate, altre finanche sbagliate, innesti dal rendimento discontinuo, confusione tecnicotattica, allenatori fagocitati – compresi Deschamps e Ferrara, due cresciuti nell’orto domestico. Ma sul terreno di gioco, pur nel disorientamento spaziotemporale, nei risultati mancati, affondavano le loro radici Buffon e Del Piero, e i giovani intorno crescevano, finivano per convincere. Chiellini primo su tutti.
La sterzata arrivò l’estate scorsa: si capì all'istante, nel momento in cui il nuovo antico timoniere Conte strinse i pugni e cominciò a incitare i suoi. Lavoro, applicazione, carattere, fiducia nei propri mezzi. La squadra smise a poco a poco di traccheggiare e prese ad andare via rapida, ranghi serrati; la palla tornò a correre sulle zolle, le casacche bicromate a spostare in alto il baricentro, il gioco a farsi organizzato come da lustri non si vedeva. Pirlo, Vidal e Marchisio la colonna vertebrale, alle spalle la difesa meno battuta del campionato. E zero sconfitte, record assoluto. I tifosi mnemonici cominciarono con i paragoni: Conte come il maestro Lippi, come Guardiola, persino come Sacchi (maddài). Quelli più scafati invece andarono indietro alla grande Juve del Trap: non il parterre de Roi Michel, ma prima, fine anni ’70, lo scudetto dei 51 punti su 60, una squadra rullo compressore, spalle d’acciaio e polmoni da palombaro. Giorno dopo giorno affiorava il volontà di chi conosce i propri limiti ma ci lavora su con coscienza e dedizione, fino a perderci il fiato. Soprattutto si liberava sempre più consapevole l’orgoglio di chi sa di aver passato la nottata. Era ora di smettere di guardare la classifica dal basso verso l’alto e prendersi ciò per cui si era faticato. Così, dopo quell’estate del 2006, dopo una retrocessione e altre sventure, un tempo assurdamente lungo da digerire, la ruota ha fatto un giro completo e si è fermata infine sulla casella vincente.
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Ecco il paradosso di Emilio Salgàri. Amato da generazioni di ragazzi, almeno fino agli anni ’70 – io ho fatto parte di quell’ultima, cresciuta con il Sandokan televisivo -, spacciatore di sogni esotici da sfogliare sotto le coperte durante notti insonni, eppure così poco considerato dai coevi. Giornalista di cronaca spicciola, scrittore bellamente ignorato, mentre De Amicis e Carducci unificano i gusti degli italiani a Verona lo dileggiano come Salgariello. E lui che fa? Incazzato con il mondo intero, si cuce addosso una biografia fittizia: millanta d’essere capitano di lungo corso, di aver viaggiato per i sette mari, rifugiandosi invece al riparo ombroso delle biblioteche tra atlanti ed enciclopedie. S’inventa paesi lontani, giungle impenetrabili e belve in agguato, acque infestate di pirati di cui si fa prigioniero a vita. Compone un libro dopo l’altro, in preda a una febbrile follia: finita una storia si catapulta in quella successiva, avido lui stesso di avventure corsare, covando riscosse impossibili.
Che fosse un gran dissipatore di fama e fortune, braccato a vista dai creditori, corrisponde più a leggenda che a verità. Salgàri è un mitomane, un visionario, uno spacciatore di menzogne. Ma non è la narrativa a essere tutta una menzogna? Scrive – questa la verità – per domare la tigre della depressione che lo artiglia, ed è la fatica creativa a consumarlo nell’alloggio torinese di Corso Casale. Quattro libri l’anno, impone il contratto. Si lamenta con l’editore d’essere osteggiato, rovinato, senza un soldo, invece è annichilito dal suo stesso sentirsi inferiore. Incontra De Amicis alle partite di pallone elastico e nemmeno osa avvicinarsi per stringergli la mano.
La sua storia finisce una mattina di aprile, immagino piovoso come nelle foreste di Mompracem: lo ritrovano in un burroncello collinare, in mano ancora il rasoio con cui si è scannato come uno dei suoi eroi. “Vi saluto spezzando la penna”, lascia scritto, ma neanche quel gesto estremo suscita nella comunità letteraria il clamore vagheggiato. Al suo funerale soltanto un nugolo di ragazzi, i suoi libri sotto il braccio. A ben pensarci, il miglior commiato che uno scrittore può meritare.
(Segnalo il bel romanzo di Ernesto Ferrero "Disegnare il vento - L'ultimo viaggio del capitano Salgàri", Einaudi, 2011.)
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(Pubblicato sul Forum Teatro di Kataweb il 16 febbraio 2003)
Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento, diceva. Falsa modestia o schietta vanità?
Lo ricordo – mille anni fa, almeno – in un recital al Teatro Carignano di Torino. Fu un’esperienza per me straordinaria. Quasi uno shock. Ma salutare. Ero poco più che adolescente, abituato a tutt’altro genere di spettacolo. Lui sul palco stava solo – la scena buia, una luce addosso – e leggeva I Canti Orfici circondato da un silenzio spesso. La sua voce possedeva timbri e colori così intensi da spezzare l’aria intorno al pubblico. Ogni parola per un istante si materializzava e poi esplodeva, tracciando traiettorie imprevedibili. Pareva una musica.
Carmelo Bene ha costituito nella storia del teatro un caso unico e irripetibile. Una cometa anomala, che viaggiava per galassie tutte sue. S’inventava continuamente, in scena come nella vita. Prendere o lasciare. Eccessivo, ambizioso, provocatore, blasfemo. Ma creativo, coraggioso, estremo, assoluto. Inutile dire che la sua scomparsa ha lasciato un vuoto fragoroso. E una scia di polemiche: perché, come il solito, finché vivi i geni sono detestabili, ma, una volta morti, tutti si appropriano della loro memoria. Così, la nascita di una Fondazione che porta il suo nome e ha l’ambizione di accaparrarsi la sua eredità (pare non soltanto quella artistica) è fortemente avversata dalla sua ultima compagna, memore della diffidenza (se non dell’ostilità) che in vita lo circondava.
Le solite miserie della nostra società: asfittica, omologata e per giunta filistea. Gli artisti non hanno alcun peso: non si parla più né d’arte né di cultura. E gli intellettuali sono scomparsi dalla circolazione. Oppure si limitano ad apparire in televisione e a discutere di calcio.
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Un delizioso omaggio al cinema (muto). Di più: un’autentica, appassionata dichiarazione d'amore. The Artist è gioia per gli occhi, paradiso per cinefili, punteggiato com’è di citazioni lievi e mai di maniera: Sunset Boulevard, A star is born, Chaplin, Welles, la guasconeria di Errol Flynn (riproposta da uno straordinario Jean Dujardin), il cane Asta della serie The thin man… e ancora il montaggio alternato alla Griffith, il classico last minute rescue, per chiudere con un tiptap à la mode di Ginger Rogers e Fred Astaire. Si ride e si piange, come ai vecchi tempi. Applausi a scena aperta.
The Artist, di Michel Hazanavicius, con Jean Dujardin, Bérénice Bejo, James Cromwell, John Goodman, Penelope Ann Miller (Francia, 2011, 100'). In programmazione al Cinema Nazionale 1 di Torino.
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“… Di J. Edgar colpiscono due aspetti: l’interpretazione di Leo, che giganteggia come un nuovo Marlon Brando, e la profonda pietas di Clint. Alcune sequenze toccanti svelano i suoi pensieri più intimi sulla vecchiaia, sulla morte. In controluce, paranoie e ossessioni dell’America contemporanea…”.
(sms inviato a L. il 15 gennaio 2012)
J. Edgar, di Clint Eastwood, con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench (Usa, 2001, 137’). In programmazione al Cinema F.lli Marx di Torino.
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"La fame del narratore è un’avidità per qualsiasi cosa: un'insegna, un rumore di tram, una traccia, una scarpa. Non è volontaria. Non è per niente così, non c'è nessuna intenzione nell'accumulazione. Però, dev'esserci. Una specie di fame incessante, infinita, per cui tutto ti arriva, i titoli dei giornali, le grandi vicende internazionali, ma anche le cose più banali. Come mai la pizzeria sotto casa è fallita: anche quello ti deve colpire. Tutto questo io devo averlo sempre avuto, senza saperlo".
(Carlo Fruttero. Torino, 19 settembre 1926 - Castiglioncello, 15 Gennaio 2012)
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Pare un film virato sui toni dell’azzurro. Una luce gelida filtra a chiazze dalle nubi, i lampioni aggettano un inutile barlume sugli alberi scheletriti. Le otto di mattina, non c’è pace tra le manovre delle automobili fuori dai parcheggi e filari di ragazzi intorpiditi che picchiettano sui cellulari. L’aria fredda contiene l’apertura degli sbadigli che galleggia a mezza bocca. Non pare nemmeno sia natale, sebbene le luci d’artista infiocchettino la città a suggerire un’atmosfera che si vorrebbe festosa. Circola, palpabile, un livido timore per la crisi economica che sta accadendo o potrebbe ancora. Da lontano voci e fischi, slogan scanditi e piedi sbattuti sull’acciottolato. I precari dell’ultima età e della ultima ora reclamano attenzione, ma questo è un tempo disgraziato in cui la protesta si solleva classe contro classe, generazione contro generazione, lavoratori contro lavoratori, interessi contro interessi. I ceti più disagiati attaccano frontalmente i privilegi borghesi e i borghesi si arroccano sui diritti acquisiti; i giovani stringono i pugni contro l’eredità tremenda che i vecchi lasciano sulle loro spalle, i vecchi li accusano d’irriconoscenza ed egoismo. Il tessuto sociale si scuote, si tende, infine si squarcia con uno strappo secco. Homo homini lupus, come sempre accade nei passaggi epocali più duri. Alla fine di quest'epoca recessiva, anche nelle condotte, ricucire la ferita sociale sarà impresa problematica.
Ma, poco fa, ho assistito a una scena che mi ha colpito. All’incrocio tra due vie, ferma sul marciapiede, c’era una giovane donna. Indossava un cappotto chiaro e sulla spalla portava una borsa piena di libri. Nella sua mano teneva quella di un uomo, il quale le rivolgeva la parola facendo nuvolette con il respiro. Il loro sguardo puntava di tanto in tanto all’altro capo della strada dove, di fronte all’ingresso di un liceo, stazionava una piccola folla. Mi sono ricordato allora che, quella mattina, doveva svolgersi un concorso e la donna era probabilmente tra i candidati. Non udivo distintamente ciò che i due si dicevano, però mi sembrava che l’uomo la rincuorasse, con il desiderio di rendere più sopportabile l’attesa. Cingeva affettuosamente i suoi fianchi e lei si affidava al contatto, volgendogli speranzosa il viso. Ad un certo momento la giovane donna ha posato la borsa in terra e, sfoggiando un sorriso dolcissimo, si è messa ad annodargli la sciarpa che aveva intorno al collo. Un gesto semplice che ha inondato la via come un fascio di luce. Quello scambio delicato di attenzioni lasciava percepire un sentimento di condivisione intima e piena che nessun discorso amoroso avrebbe potuto esprimere meglio. Di fronte all'angoscia che minacciava di irrompere nel loro mondo, essi stavano custoditi e protetti, invulnerabili, nell’argentea corazza della fiducia.
(Dicembre 2011; la frase conclusiva è ripresa da Martin Buber. Fotografia scattata da L.)
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A-l'é 'na pagina d'agiut a coj Roman ch'a son nen costumà. Për ël moment, i l'oma butà su 'na version ridòta. Speroma d'avej s-ciarì un pòc ij idèje.
Ël can a baula Il cane abbaia
‘J cornajass a cracajo I corvi gracchiano
La përniss a cërliss La pernice stride
La fèja a bërzela La pecora bela
Le crivele a sobiolo I gheppi fischiano
La jena a rij La iena ride
Ël crin a grugna Il maiale grugnisce
Le ran-e a craco Le rane gracidano
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Tempo fa usai con un amico romano l’espressione fare la figura del cioccolataio, e lui mi chiese spiritosamente se, per caso, Willy Wonka fosse il nuovo direttore del Torino Film Festival. Risposi che in dialetto significa adottare un comportamento inadeguato, fuori luogo, e gliene spiegai l’origine. Carlo Felice (1820, giù di lì) aveva emanato una legge che vietava ai ciculaté torinesi, i quali si erano notevolmente arricchiti con la loro attività, di usare la carrozza trainata da quattro cavalli anziché il più borghese tiro a due. Motivo? Anche il re-di-Sardegna-Cipro-e-Gerusalemme usciva con la quadriglia e non gli garbava l’idea d’essere scambiato per uno di loro.
In effetti, con questa crisi, i politici che girano sulle auto blu fanno proprio la figura dei cioccolatai.
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Dopo Franco Lucentini non poteva mancare Carlo Fruttero. Quest’articolo venne pubblicato sul numero 5 de La Rivista del Cinema, pubblicazione del Museo Nazionale del Cinema di Torino, nel giugno 2003. Mi è caro il riferimento alla sala all’aperto che funzionava nelle sere estive degli anni Cinquanta al Parco Michelotti perché la frequentavano i miei genitori. A detta di mamma, papà era romantico come un traliccio dell'Enel: al massimo la portava a vedere Ben Hur o qualche Maciste. Già tanto se le offriva il gelato.
* * *
“Come molti, credo, non so immaginare la mia vita senza il cinema. Da mero spettatore, s'intende, perché non sono mai stato tentato dall'idea di lavorarci; troppa gente di mezzo, troppe parole, troppa volubilità. Troppa Roma, anche. Ma qualsiasi iniziativa a favore del cinema ha il mio voto favorevole, ancorché ininfluente, e questa Cittadella del Cinema che si vorrebbe costruire attorno al Museo della Mole mi pare una buona idea, già dall'insegna. Cosa metterci dentro? Ci penseranno gli addetti, gli esperti, ma per parte mia, mi piacerebbe contenesse - filologicamente ricostruito - uno di quei piccoli cinema di terza visione che mi procuravano ore e ore (non temo la parola) di felicità. Sedili di legno scrostati e sbatacchianti, cicche e cartacce sul linoleum logoro, il raggio del proiettore sempre offuscato dal fumo di sigarette vendute a pacchetti di cinque. Sonoro pessimo, urla e fischi quando la pellicola si rompeva, scricchiolio continuo di noccioline, e là, sul vecchio lenzuolo, l'incantamento. Di Pastrone e Cabiria e Za-la-Mort ho soltanto sentito parlare dai miei genitori. Io sono arrivato dopo il muto, quando la scuola ci portava ad applaudire i film patriottici o di propaganda fascista (che andava bene lo stesso, era pur sempre cinema). Un sei in latino, un sette in storia e geografia valevano Capitani coraggiosi o La primula rossa nei locali più vellutati del centro. Ma venute l'adolescenza e una certa indipendenza, nulla poteva impedirci di tornare a vedere quattordici volte il seno nudo di Clara Calamai nella Cena delle beffe. Era anche un modo di conoscere Torino e le sue remote periferie, percorse su quei piccoli tram rossi lungo viali interminabili.
La guerra portò qualche film tedesco, o meglio germanico (ne ricordo uno, Sei ore di permesso, chissà com'era), e però anche Quattro passi tra le nuvole, anche Ossessione. E nei cinemini di barriere bombardate dove, magari, ripetevano stancamente Luciano Serra pilota e Squadrone bianco, capitava che per una sera miracolosa, vuotando i cassetti, tirassero fuori Roberta o Scarface con Paul Muni. Eventi che tacitavano gloriosamente il suono tetro delle sirene dell'allarme aereo. L’angelo azzurro lo vidi soltanto dall'estate del 1945, al Cinema Corso, e da quell'immagine della candida coscia di Marlene tagliata dal nastro nero del reggicalze mi sarei lasciato trascinare nel peccato e nella abiezione come il povero professor Unrath.
Fu in quei pochi anni una vera orgia di cinema, i cineclub nascevano qua e là effimeri e gremitissimi, le ragazze ci correvano come alle palestre di oggi e la galanteria doveva passare obbligatoriamente per lo "specifico filmico", ti conveniva mostrare venerazione illimitata per Dziga Vertov se volevi spingerti oltre una sbrigativa stretta di mano. Andavamo a vedere due film al giorno e ne discutevamo dopo mezzanotte sulle panchine di corsi, giardini, verdi piazzette. Una febbre, una passione paragonabile soltanto a quella per la lettura. Alcuni poi si trasferirono a Roma per tentare sul serio la carriera. Altri si iscrissero al Centro Sperimentale, mitica scuola del cinema. C'era chi conosceva di seconda mano Antonioni, chi Fellini, chi Blasetti, e sperava di entrare in quei "giri" in cui si scrivevano sceneggiature, ci si offriva come garzone tuttofare nella bolgia delle produzioni. Alcuni riuscirono, molti dirottavano verso la radio, la televisione, il teatro.
Ma quel che si suol chiamare "fermento" c'era davvero e contagiava un po' tutti. E di tutti i cinema di quel tempo povero e felice che compongono la mia personale cittadella, mi è cara sommamente la sala all'aperto che funzionava d'estate al Parco Michelotti sotto i grandi platani e dove una volta un mio amico più vecchio e sfizioso di me mi portò non a vedere un film ma a sentire un cantante oramai canuto, Gino Pranzi, in una delle sue ultime esibizioni. Era stato lui a lanciare la canzone "Mamma, mormora la bambina...", e la cantava a pieni polmoni, senza la benché minima ironia, con gesti e tonalità altamente drammatiche, come se tutto fosse ancora fermo agli anni Venti. "Mamma tu compri soltanto balocchi per teee...!". Quando nacque, anni e anni dopo, la mia prima bambina non le feci certo mancare i balocchi. E per me neppure un dopobarba”.
(A mamma, che se non la portavo io a vedere Antonioni…)
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